Martina Bogatec: volley, covid e gelato al cremino

Aggiornato il: feb 24


Martina Bogatec, pallavolista perginese classe 1991, ci racconta la sua carriera e come il Covid-19 abbia inciso sulla sua scelta di ritirarsi dall’attività sportiva per proseguire in sicurezza il suo lavoro...


di GIOVANNI FACCHINI


Martina, quando è nata la tua passione per la pallavolo?

«Da piccola avevo provato vari sport: danza, tennis e, fino a dodici anni, il nuoto a Pergine Valsugana. A un certo punto, però, la piscina comunale è stata chiusa per lavori e io non sapevo più cosa fare, oltre all’attività scolastica. Delle mie amiche giocavano a pallavolo e ho dunque provato a iscrivermi e tutto è iniziato così. La mia carriera è incominciata a Pergine con la squadra dell'Alta Valsugana, giocando nelle giovanili. A sedici anni mi sono trasferita all'ATA Trento, poi Cerea Verona, Trentino Rosa, Neruda Bolzano, altri due anni di ATA e infine Volano Volley in serie B1».

Quali rinunce e rimpianti?

«Oltre alla scuola, sin dalle giovanili ho sempre sostenuto quattro allenamenti a settimana e la partita sabato o domenica, quindi sicuramente mi sono persa molte cose negli ultimi anni. L'ho fatto però per passione, che successivamente diventa anche un mezzo lavoro con i rimborsi spese giocando in serie B. Poi arrivi al punto in cui devi decidere tra il lavoro e la pallavolo, come è successo a me quest’anno, e con la pandemia avevo troppa paura di continuare a giocare, a causa degli scarsi controlli e dei tamponi che non vengono effettuati sugli atleti. Nessun rimpianto però: mi sono sempre divertita e finché è un divertimento lo fai volentieri perseguendo la propria passione».

La più grande soddisfazione? «Una vera grande soddisfazione personale è di aver trovato le mie più grandi amiche giocando a volley e sono rimaste dei punti di riferimento nella mia vita anche adesso che hanno smesso o che siamo in squadre diverse. Vinci o perdi, quelle sono partite. I rapporti personali sono il plus della pallavolo e questo rappresenta una grande gioia per me perché, oltre all’allenamento in sé, era un mondo per ritrovarsi con le proprie amiche. Il top!».

Ti sei ispirata a qualche mito?

«No, solo alle mie amiche che giocavano nell'Alta Valsugana».

Il tuo miglior allenatore?

«Tutti mi hanno insegnato qualcosa e non ho un preferito. Ricordo volentieri, però, l’esperienza nelle giovanili con Fabio Bonafede e il mio coach dell’ATA Trento Marco Mongera, che ho apprezzato molto anche sotto il profilo umano».

Avevi dei riti scaramantici?

«Zero riti, sono pochissimo scaramantica. L’unica cosa che però mi ha sempre aiutata a rilassarmi prima di ogni match era ascoltare musica nelle cuffiette. Dopo la partita, invece, era consuetudine andare con la squadra in pizzeria, creando così un ambiente piacevole e familiare tra noi atlete».Come è cambiata la tua attività sportiva durante il lockdown?

«È stato ed è un periodo vissuto malissimo. Abbiamo smesso di giocare a metà febbraio 2020, quando il nostro allenatore il venerdì prima della partita ci ha comunicato che non avremmo potuto scendere in campo a causa del coronavirus ed eravamo tutte parecchio incredule, perché la situazione allora sembrava sotto controllo. Nel giro di una settimana ci siamo ritrovate tutte a casa per la pandemia. Sono stati sospesi i campionati e mi è dispiaciuto moltissimo anche perché avevamo una squadra fantastica, eravamo tutte amiche, era il più bel gruppo con cui avessi giocato nella mia carriera. In estate si pensava di poter ripartire e ho riconfermato la mia presenza in squadra, perché avevo davvero tanta voglia di riprendere dal punto in cui avevamo sospeso l’attività e gli allenamenti. A settembre abbiamo iniziato ad allenarci, in ottobre sono ricominciati i contagi anche nelle squadre e io mi sono messa il cuore in pace, iniziando a pensare ad un mio possibile ritiro».

I motivi del tuo ritiro?

«Dal lavoro nella mia gelateria non potevo assentarmi troppo, sentivo grandi responsabilità anche verso i miei genitori che lavorano con me e dei miei clienti, e ho dunque deciso di rinunciare al volley e ritirarmi. Non mi sentivo sicura a fare palestra, anche per gli scarsi controlli che ci sono. La pallavolo era diventata l’unica situazione che andava al di fuori del mio controllo, visto che dipendeva non solo da me, ma anche dalle altre compagne di squadra e dallo staff. Forse prima o poi sarebbe arrivato il Covid-19 anche lì e io non potevo permettermi di essere contagiata».


Come ha reagito la tua squadra del Volano Volley?

«Sono stati tutti molto comprensivi e mi dispiace averli lasciati anche senza un centrale di ruolo, ma dirigenti, allenatori e compagne di squadra del Volano Volley hanno perfettamente compreso la mia situazione, diversa da altre che lavorano ad esempio in smart-working».

Li devo davvero ringraziare...»

Chi vuoi ringraziare?

«Sicuramente i miei genitori, Stefano e Carmen, che sin da piccola mi hanno accompagnata agli allenamenti sia quando giocavo a Pergine che a Trento (prima di ottenere la patente ed essere autonoma). E li ringrazio per avermi sempre sostenuta, rincuorata e aiutata anche nei momenti più difficili, ad esempio dopo i vari infortuni sportivi occorsi nella mia carriera».


Il tuo gelato preferito?

«Cremino, base nocciola con crema di gianduia».


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