«Che dite, si va in Austria... in volo?» L'impresa di tre ragazzi trentini con il parapendio






di NICOLA PISETTA

L’impresa di Andrea Sartori, Daniele Paolazzi e Davide Sassudelli: partenza in parapendio dalla croce di Costalta, passaggio tra le Dolomiti e atterraggio in Austria sulle rive del fiume Drava.

Un viaggio incredibile raccontato per Il Cinque da Andrea Sartori.


Il 24 marzo 2022 sembrava una normale uscita tra le montagne del Trentino. Dalle previsioni dei grafici tecnici non era prudente raggiungere quote alte e si optò, inizialmente, per un classico giro attorno al Sette Selle. Una volta decollati, però, le condizioni dell’aria permettevano di volare al di là di Palù del Fersina e l’obiettivo divenne prima Canazei, poi l'Austria...


Andrea Sartori

Andrea, che differenza c'è tra parapendio e deltaplano?

«Il deltaplano è una macchina ad ala rigida, il parapendio possiede invece un tessuto per il volo che ricorda quello dell’ala di un paracadute. In entrambi i casi, il tipo di volo è praticamente uguale, ma cambia la modalità di decollo e di atterraggio. Col parapendio il bisogno di spazio per partire o arrivare è minore e per volare, entrambi i mezzi sfruttano le termiche, correnti ascensionali di aria calda che, partendo dal suolo e seguendo il pendio, salgono in alto attraverso una forma cilindrica, effettuano i cerchi e prendono quota. Un’altra differenza è l’ingombro. Negli ultimi anni ha avuto un exploit il parapendio grazie alla modalità I can fly: si sfrutta la possibilità di camminare in montagna e poi quella di decollare nel punto più adatto. Per il binomio trekking-volo, col parapendio basta uno zaino di 10 kg. Col deltaplano, invece, il trasporto è fisicamente dispendioso, a causa dell’ala rigida e quindi non pieghevole».


Come si intuisce qual è il punto giusto dove decollare?

«Primo: guardare la direzione del vento. Come per gli aerei, il decollo avviene controvento. Idem per l’atterraggio. Secondo: controllare il cielo. Per la nostra incolumità, gli eccessivi cumuli o i possibili temporali nelle vicinanze devono convincerci ad annullare la partenza. Infine, valutare la velocità del vento: anche oltre i 15-20 km/h è sconsigliato decollare. Lo scatto invece dipende dall’intensità del vento: col vento minimo, il decollo sarà più veloce e quindi dovrò correre maggiormente per dare portanza alla vela e staccarmi da terra. Con più vento, dai 5 ai 15 km/h, il decollo è più dinamico: basta, spesso, un passo per spiccare il volo».


In volo come si fa a riconoscere le località sottostanti?

«Occorre pianificare prima, ma ho uno strumento che mi aiuta a riconoscere il luogo sottostante coi nomi di paesi, ferrovie, strade, persino fermate del bus. Ma una conoscenza geografica è bene possederla».


Avete viaggiato affiancati?

«Io e Daniele sì, quasi tutto il tempo: in val di Fassa, abbiamo puntato la Marmolada e poi l’Odle. Davide ha deviato verso il Col Rodella, affiancando poi il Pordoi e sovrastando il Piz Boe. A Dobbiaco ci siamo riuniti per il tratto finale».

Com’è nata l’idea di toccare il suolo austriaco?

«L’obiettivo di raggiungere Lienz è sorto all’ultimo minuto: le quote erano stratosferiche. Una volta sorvolata l’area tra la val Gardena e Badia non esisteva altra soluzione: a 4500 m di altezza il tramonto delle Alpi austriache chiamava! Per comunicare, è bastato prendere il cellulare: la rete, lassù, è buona, a volte anche meglio che a terra. Davide, d’immediato, mi disse: andiamo a Lienz!».

Quanto è durato il volo?

«Circa 6 ore e un quarto, 160 km, con media di 25 km/h».


Potevate arrivare a Vienna? «Arrivare a Vienna è molto impegnativo, ma se la luce serale fosse stata più duratura e se non avessimo avuto i nostri impegni lavorativi il giorno seguente, avremmo potuto toccare i cieli della Carinzia e atterrare a Villach, al confine tra Italia, Austria e Slovenia».


In Svizzera, da Piné, è fattibile?

«Sì, ma non ci è permesso l’attraversamento della val d’Adige per via dello spazio aereo riservato agli aeroporti di Trento e Bolzano. Per la Svizzera, si può invece partire da Margone di Vezzano e salire a nord, attraverso la catena del Brenta».


Come avviene un atterraggio, quali spazi è meglio scegliere?

«Se disponibili possiamo sfruttare gli atterraggi ufficiali appositamente aperti, anche se non sono tanti. Altrimenti, possiamo utilizzare qualsiasi prato: l’importante, in quel caso, è trovare l’erba tagliata perché dobbiamo assolutamente sapere dove mettere i piedi e lo spazio, per la manovra finale, deve essere chiaro. Al di fuori dei classici prati, possiamo anche atterrare sulle ciclabili o su strade sterrate: si è abbastanza flessibili, in questo. A Lienz abbiamo trovato una pista in erba ufficiale, appartenente al club di volo locale. Erano le 18:15 e alle 18:30 avevamo già riposto tutta la nostra attrezzatura».


Per il ritorno invece?

«Avremmo voluto ripetere il percorso, partendo il giorno dopo da una cima tirolese, ma dovevamo lavorare, così alle 18:50 prendemmo il treno».

Il vostro è uno sport estremo? «Per me non è così estremo: lo si può praticare dai 16 anni, pur presentandosi in buone condizioni psico-fisiche. Il parapendio, a differenza del paracadute, garantisce maggiore efficacia in quanto a stabilità in volo, ma non bisogna sopravvalutare le proprie capacità, né sottovalutare una determinata condizione meteo. Con poca esperienza, esistono posti poi da evitare, a partire da alcune condizioni sotto la cresta. Esistono comunque corsi sulla sicurezza in volo: dopo uno studio teorico, si comincia guidati in aria da un istruttore. I corsi si chiamano SIV (sicurezza in volo), vengono svolti esclusivamente sopra uno specchio d’acqua onde evitare incidenti gravi e se qualcosa dovesse andare storto, abbiamo una piccola vela d’emergenza».


Soffri di vertigini?

«Un po’ sì: quando mi trovo in cima ad un palazzo e guardo giù, dal parapetto, o quando mi arrampico in montagna e dietro ho il vuoto. Ma in volo, per me, cambia tutto rispetto alla terra: non ho più punti di riferimento su cui poggiare i piedi e, quindi, scompare tutto. Lo so, è molto strano a dirsi! Dipende sempre dal contesto».


Gli infortuni più frequenti?

«In fase di decollo e di atterraggio: poggio male il piede? Calcolo male la partenza e l’arrivo? Il rischio di slogarsi la caviglia c’è. Può succedere, anche, di sbagliare traiettoria e prendere una pianta...».


Altre imprese in programma?

«Mi piacerebbe attraversare le Alpi da est a ovest, dormendo in tenda o nei bivacchi, alternando la camminata al volo. Altro sogno: volare in Nepal, Pakistan o in Brasile».

412 visualizzazioni0 commenti