Sandro Campagna: la filosofia vincente di un campione

di Ivan Piacentini



Sandro Campagna intervistato da Emanuela Macrì

Il palmares di Sandro Campagna è da capogiro. Classe 1963, vanta 409 presenze nella nazionale di pallanuoto, con 3 medaglie olimpiche, 5 mondiali e altrettante europee. Tra queste, un oro olimpico nel '92 a Barcellona, uno europeo nel '93 a Sheffield ed uno mondiale a Roma nel '94. Terminata la carriera da giocatore, approda in pochi anni alla panchina della nazionale italiana. Sotto la sua guida arrivano due argenti e due bronzi, in Europa ed alle Olimpiadi, ma soprattutto due titoli mondiali: nel 2011 e pochi mesi fa in Corea del Sud.

Sandro Campagna è stato ospite recentemente a Borgo Valsugana nell'ambito dell'evento "Generazioni". Ecco il racconto di questo straordinario incontro...


L'INIZIO A ORTIGA

Punto di partenza Ortigia, centro storico di Siracusa. È qui che, dal 1969, si forma il futuro campione del mondo: dalle prime vasche su consiglio del pediatra, per ovviare a un problema di crescita, ai titoli regionali di nuoto, per arrivare alla prima partita di pallanuoto in cui Sandro, che ha dodici anni e si approccia per la prima volta a questo sport, segna tre gol. Ma il fulcro del racconto non è il suo indiscusso talento: sono le persone, lungimiranti, che in quegli anni formano il movimento della pallanuoto a Siracusa.


GLI INSEGNAMENTI DI PARODI

Tra queste, Campagna ha ricordato in particolare Romolo Parodi, pallanuotista di successo approdato a Siracusa come allenatore. «Lui – ha raccontato – voleva la massima serietà. Il nostro obbiettivo, diceva, non dev’essere quello di vincere contro altri club o essere campioni regionali. Dev’essere quello di vincere l’Olimpiade. Poi – ha aggiunto Sandropuoi non riuscirci, ma la generazione cresciuta con questa mentalità è composta oggi da grandi professionisti e cittadini, a cui lo sport ha dato qualcosa di importante. Lo hanno praticato con grande serietà e impegno, senza garanzie di natura economica, ma solo per la voglia di misurare se stessi contro, e nel rispetto, di un avversario».


STOP ALL'ALIBI DEL TEMPO

Una mentalità che nulla toglie alle altre cose importanti: «va rotto questo meccanismo dello sport che sottrae i ragazzi allo studio. È una questione di organizzazione, si possono fare tutte e due le cose ad altissimo livello. L’ultimo gol alle Olimpiadi del ’92, che vincemmo contro la Spagna, è stato realizzato da Galdolfi, che all’epoca aveva ventiquattro anni. Si allenava cinque o sei ore al giorno per sei giorni a settimana, eppure qualche mese dopo la medaglia d’oro olimpica, si è laureato in ingegneria. Attualmente è top manager a livello nazionale per Wind».


IL FATTORE UMANO CONTA

L’ospite ha poi parlato della sua carriera da giocatore, sottolineando una volta di più l’importanza del fattore umano e ricordando tre allenatori: il già citato Parodi, che ha definito come un secondo padre; Fritz Dennerlein, napoletano di origini tedesche, con una mentalità rigida per certi versi, ma con un’ottima intuizione ed inventiva, che lo ha fatto crescere enormemente sul piano tattico e della visione di gioco; infine Ratko Rudic, probabilmente il miglior allenatore di sempre della pallanuoto, con il quale ha compiuto il salto di qualità come atleta, preparandosi inoltre, «culturalmente, eticamente e moralmente», a fare l’allenatore di alto livello.


IL RITIRO E LA RIPARTENZA DA ZERO

A 33 anni Campagna ha deciso di ritirarsi: «Una sera d’inverno ho provato per la prima volta un senso di stanchezza al pensiero di andare ad allenarmi. È stato un campanello d’allarme e ho deciso di smettere di giocare».

Da lì la scelta di rimettersi completamente in gioco: Rudic lo prende come assistente. «Se come giocatore guadagnavo 10, da assistente guadagnavo 0,5. Ho ricominciato praticamente da zero, ho rischiato sulla mia pelle». Due anni più tardi arriva la nazionale giovanile, con un argento europeo e un oro mondiale under 20.

Nel 2001 gli viene proposta la nazionale maggiore, un incarico per il quale è giovanissimo (38 anni) e in cui si butta a capofitto, senza badare al lato economico. Arrivano l’argento europeo e un quarto posto, poi di nuovo un salto nel buio: va ad allenare la nazionale greca con la quale vince nel 2005 la prima medaglia della storia: il bronzo ai mondiali. In questo percorso, ancora una volta, si rivelano importantissimi il fattore umano e le capacità di Campagna che nel 2003, pur rischiando il posto, si confronta con il suo presidente: attribuisce al suo atteggiamento di sfiducia e aggressività verso i giocatori la responsabilità dei crolli psicologici della squadra, e gli chiede di dare completo appoggio ai giocatori stessi. L’indomani ci sono gli ottavi di finale contro la Russia, una squadra fortissima, che l’anno prima ha vinto la Coppa del mondo e che la Grecia non ha mai battuto. Il presidente, la mattina, parla ai giocatori, rassicurandoli. Qualche ora dopo la squadra batte la Russia ai rigori, cambiando la storia della pallanuoto greca.

Dopo la Grecia, il ritorno all’Italia. Segue il peggior piazzamento ai mondiali della storia recente: undicesimo posto. «Dopo quel risultato avanzo delle richieste. Mi servono dalle 8 alle 10 settimane di allenamento prima di una competizione importante, e durante l’inverno la possibilità di chiamare gli atleti una volta al mese per i test e le verifiche. La federazione e i club supportano il progetto all’unanimità: nel 2010, pochi mesi dopo quell’undicesimo posto, siamo secondi agli europei, e nel 2011 vinciamo i campionati mondiali».


I RISULTATI SI COSTRUISCONO

Risultati straordinari merito, più che del fattore tempo, di una progettualità condivisa, a cui si aggiunge la capacità di fare rete e costruire la squadra: «È un processo che non fai nello spogliatoio prima della partita, ma una mentalità che devi costruire col tempo».

La si crea partendo dall’osservazione, dalla capacità di individuare i gruppi spontanei e gli attriti, e di gestire al meglio una serie di dinamiche grazie all’aiuto di tutto il proprio staff, cercando di creare un ambiente in cui tutti possano sentirsi importanti e possano dare il loro contributo. «Sono estremamente convinto che in una squadra vincente non sia necessario che giochino i tredici più forti. È il gioco corale che conta: croati, serbi, ungheresi, di base sono fisicamente superiori; se ci comportiamo individualmente ci annientano, mentre da collettivo abbiamo delle possibilità».


ANDARE SEMPRE OLTRE

Coraggio, progettualità, attenzione per la squadra; capisaldi a cui si aggiunge la voglia di andare sempre oltre: «Nello sport si ricorda sempre l’ultima cosa. Adesso ci ricordiamo l’oro del 27 luglio, l’anno prossimo… chissà. Voi avete elencato le medaglie che ho vinto. Sono importanti, ma non sono tutto nella vita; sono più un modo per avere degli obbiettivi e vincerne una, per me, non è mai un punto di arrivo. Tra giocatore e allenatore ho fatto più di trent’anni di carriera e ne ho vinte tredici. Questo significa che diciassette le ho perse. Per certi versi la sconfitta è una fase migliore della vittoria: c’è dolore, ma mi permette di analizzare meglio me stesso, la mia squadra e gli avversari, e mi dà più umiltà per capire dove ho sbagliato e devo migliorare; mentre la vittoria, talvolta, può farti provare una sensazione di benessere che non ti permette di focalizzarti verso i prossimi obbiettivi. Per cui bene le medaglie, ma mi fa molto più piacere dare emozioni ai miei giocatori, insegnare loro qualcosa di importante e, al di là della medaglia, vederli crescere come brave persone».

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