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Don Dante Clauser: cento anni e non sentirli





di FRANCO ZADRA


Sulle tracce del sacerdote trentino profeta dei senza fissa dimora, a cent'anni dalla nascita e a dieci dalla scomparsa...


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ecento persone, questa notte scorsa e per tutto l’anno, in quel di Trento hanno dormito sotto le stelle! 

Una notizia che difficilmente arriva alle orecchie delle masse, e quasi mai riesce a “bucare lo schermo”, e quella volta che succede non ha la forza di commuovere più di qualcuno per almeno un minuto prima di passare alla notizia successiva. 

Statistica, si dice, il prezzo ineluttabile della società dei consumi, una sorta di “legge sociale” ispirata a Darwin che trova del tutto “naturale” la sopravvivenza del più forte. Ovvio che sia così! E così sia!

Una notizia che dolorosamente è stata condivisa dai numerosi intervenuti in occasione del centenario della nascita di don Dante Clauser, il “prete dei barboni”, scomparso dieci anni fa. 

Il “suo popolo” di volontari, operatori del sociale, amici del “Punto d’incontro” da lui fondato nel 1979, con il suo direttivo, il presidente Osvaldo Filosi e il direttore Mattia Civico, e amministratori locali, politici, studiosi della società, gente comune, senza fissa dimora oppure no, senza grandi apparenti distinzioni, si è ritrovato in occasione del suo centesimo compleanno, in tre appuntamenti, uno dei quali, proprio il 7 dicembre suo genetliaco, dedicato in particolare alla sua persona e al suo percorso di vita.




Don Dante, nato a Lavorone, Trento, nel 1923, ordinato sacerdote nel 1947, è stato cappellano e parroco in diversi paesi del Trentino, anche responsabile di una comunità per minori – detti allora “ragazzi difficili” – a Bolzano, poi assistente nazionale degli scout a Roma, e per 13 anni, gli ultimi della sua “carriera ecclesiastica normale”, parroco in San Pietro a Trento.


Accogliere i senza dimora è stato il suo desiderio, la sua missione, e ciò che ha riempito e dato senso al suo essere prete, nella tensione continua di una ricerca di condivisione totale con gli ultimi, nei quali incontrava di fatto “il Figlio di Dio fatto uomo per amore”, ideale che ha perseguito fino al suo ultimo respiro, il dì 11 febbraio 2013 in quel di Trento.

Nel caso di don Dante non è sembrato tanto strano festeggiare il compleanno di un defunto, poiché l’esperienza comune dei convenuti che lo hanno conosciuto in vita, e anche di quelli che si sono coinvolti successivamente nel quotidiano servizio ai poveri al Punto d’incontro, è quella di una presenza mai venuta meno nel decennio trascorso dalla sua dipartita da questo mondo. 

«Il Dante me lo sento addosso come un vestito, una protezione continua», ha testimoniato una volontaria della prima ora.

Anche chi scrive, che don Dante lo ha conosciuto e incontrato più volte assieme a Ivan Maffeis, ora vescovo di Perugia, e a Fabio Garbari, divenuto poi gesuita in Bolivia, ha assistito a una sorta di miracolo del cuore quando nel contesto del ricordo del “grande vecchio”, Piergiorgio Bortolotti, uno dei primi volontari del Punto d’Incontro e successore di don Dante alla guida della Cooperativa sociale, ha ricordato in un elenco non esaustivo i nomi dei “barboni” che fin dai primi tempi al Punto d’incontro trovarono un pasto caldo, vestiti, la possibilità di una doccia, e tanto ascolto e condivisione.

Li ricordiamo anche qui citando fedelmente l’elenco fatto da Bortolotti che li riteneva presenti in prima fila mossi dalla gratitudine a celebrare il loro Dante, poiché l’impressione di riascoltare quei nomi è stata grande e li ha come riportati in vita, nella loro dignità di persone che ancora esistono. 

Li scriviamo qui con le stesse intenzioni che don Dante aveva sinteticamente espresso nell’acronimo ONE, il numero uno da cui partire per incontrare l’altro, un primo passo per contrastare l’invisibilità del nostro prossimo, perché «Ogni Nessuno Esiste», che ci permette ora di ripetere l’elenco fatto da Bortolotti con la stessa solennità di un martirologio da recitare nella fede che – è parsa una certezza – come hanno condiviso un tratto di strada con don Dante, il dono della sua vita, continuano ancora a condividerla, anche se invisibili al mondo come lo sono stati: «Voi non li vedete – ha detto Bortolotti –, ma sono qui in prima fila, forse qualcuno lo avete anche conosciuto, chissà… Ecco Bastian, detto “il barba”, il Carlo, l’Adriano, “don Adriano” come si era dichiarato presso il negozio vicino casa lasciandoci un debito di centomila lire, il Gianni “barbarossa”, il Giancarlo, il quasi inseparabile duo Arturo e Tullio “sgherlo”, il Bepi “busiadro” o “dei cagnoti”, il Bepi “Mochen”, il Tullio “lingera”, l’Oberamer, il “Fantastic bielis”, il Rudy, il Manfred, el vecio Tony («perché io sono un vecchio guerriero, soldato guerriero, punto, puntoevirgola, duepunti»), il Gufo, il Milio, el Lamon, el Cormos che con i suoi occhietti furbi profetizzava il mio succedere a don Dante quasi si trattasse di una successione al trono, dicendomi, mentre indicava con ampio gesto delle braccia l’interno della sala mensa: “tutto questo un giorno sarà tuo!”».

Erano questi, anzi, sono ancora, gli amici di quel prete “grosso, grosso” come lo appellava simpaticamente padre Fabrizio Forti, che aveva chiesto e ottenuto dal vescovo Alessandro Maria Gottardi di poter essere “l’amico di chi non ha amici”, ora titolo di una pubblicazione di quasi 500 pagine edita da ViTrenD, comprendente alcuni testi del fondatore del Punto d’incontro, come la biografia “La mia strada”, “Osservatorio” con oltre 300 brevi riflessioni, “Bestiario”, “Francesco d’Assisi”, “Vergine Madre…”, e il “Canto del cigno”.

«Le città hanno bisogno di profeti – ha detto il sindaco di Trento, Franco Ianeselli – se per profeta intendiamo quella persona che vede un po’ più in là, che ha uno sguardo più lungo. E don Dante è stato un profeta per Trento e queste occasioni sono di riconoscimento, riconoscenza, e di pensiero su quello che quel profeta ancora oggi continua a dirci. La figura di don Dante ci ricorda anche il nostro senso di inadeguatezza di fronte a tutti i problemi che l’”ottovolante” cittadino ci mette davanti ogni giorno, ma è uno sprone forte a mantenere la tensione a riconoscerci come umani».

Dopo il sindaco, tra i tanti saluti espressi in sala c’è stato anche quello di Andrea, un amico del Punto d’incontro che si avvicina al microfono nella sua barba da profeta, dicendo, «Adesso sull’autobus cominciano a dirmi, “signore vuole il posto?».

«Io questo uomo – ha detto Andrea – l’ho avuto davanti negli anni ‘90 quando ho messo piede al Punto d’incontro, e questa sera, ascoltando gli interventi, mi sono soffermato sulle parole “rispetto” e “cordialità” che lo distinguevano. È una gioia indescrivibile vedere gli occhi di questi ragazzi che mi portano a tavola un piatto caldo e mi chiamano “zio”. La loro gentilezza e capacità di farmi sentire come “un signore” è il vero successo di don Dante, perché era questo che cercava, che le persone potessero esprimere la loro bellezza interiore. Perché al di là della strada, della fatica, c’è dentro nell’essere umano un fondo di bellezza che germoglia nell’incontro, anche nelle più grandi miserie. Sono davvero grato di aver conosciuto questa realtà».

Ci sono state poi le parole di don Dante che tutti gli intervenuti hanno potuto ascoltare dalla sua viva voce grazie a un filmato di una intervista di Marco Pontoni, di proprietà della Provincia di Trento, registrato nel 2009.

Quando cominciò l’accoglienza in via Travai, «si raccolsero subito le firme – dice don Dante nell’intervista a Marco Pontoni – per mandarci via. Poi la gente capì. Adesso, dopo tanti anni, viviamo in perfetta armonia anche con la gente. Ogni tanto ricevo qualche lettera di protesta. Ne ho ricevuta una firmata da Bepi, che non so neppure chi sia, il quale mi ha detto, “Salom, salam, salum,  ma insomma, dì che vadano a lavorare, non ad approfittare delle nostre sostanze per beccarsi qualcosa da mangiare”. Bisogna rispettare le idee di tutti.

La mancanza di lavoro, oggi, non è soltanto dei barboni. Quante famiglie anche a Trento non riescono ad arrivare alla fine del mese. Sono parecchie! Io sono qui, mi vergogno qualche volta perché non mi guadagno neppure l’acqua che bevo, ma cosa vuol fare, in compenso anche questa notte ho detto tre corone per i miei barboni. 

Entro ogni giorno a trovarli, e certe volte mi travolgono. Quando poi ho compiuto gli ottantacinque anni, mi han quasi abbracciato gettandomi per terra. Sono molto affettuosi… Quando alla gente si vuol bene, loro capiscono che veramente si ama, e non è soltanto per mestiere. Del resto io, non ho mai preso stipendio, e per me questa è una consolazione, e mi avvio verso il Regno dei Cieli, spero, non per i miei meriti, ma fidandomi soltanto dell’infinita misericordia di Dio, e aspetto quel giorno tanto volentieri».

«Vogliamo cercare – ha detto il presidente Osvaldo Filosi – di custodire l’intuizione originaria del Dante che ci sembra di vedere ancora seduto nell’angolo del suo balcone, a incontrare ogni giorno i suoi amici di oggi». 

Custodire l’intuizione originaria è un po’ la chiosa di una famosa citazione di Gustav Mahler a proposito della tradizione. “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”, ma il rischio di sedersi sugli allori c’è ed è sentito da tutti, anche dal sindaco Ianeselli appena tornato da Trondheim in Norvegia dove ha raccolto il testimone per Trento, “Capitale Europea del Volontariato 2024”.

«C’è un grande desiderio – ha detto il direttore, Mattia Civico – di trovare occasioni, luoghi per lavorare insieme. Ci sono energie di tanti volontari, ma sono anche energie delle persone senza dimora, che nella polverizzazione e dispersione dei nostri servizi rischiamo di perdere. Ricordando don Dante assieme a tutti voi, a noi operatori sociali è arrivato un messaggio bello forte. Un conto è sopravvivere, un conto è vivere. Un conto sono i posti letto, un conto è la casa. Non abituiamoci a pensare che la sola sopravvivenza dei senza dimora sia accettabile, o che la risposta alla richiesta di un posto, si possa esaurire nelle emergenze che emergenze non sono, ma oltre al pasto c’è bisogno anche di un posto dove poter ricominciare a ricostruire la propria vita».



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