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11 settembre 2001. Martina Gasperotti: «Io, viva per caso alle torri gemelle»





di NICOLA PISETTA


Martina Gasperotti, trentina trapiantata a Reggio Emilia, l'11 settembre 2001 si trovata nella Torre Nord del WTC di New York quando il primo aereo dirottato si schiantò sull'edificio. Si salvò per una fortuita coincidenza. Ecco il suo racconto...

Martina Gasperotti è stata una testimone diretta dell'attentato alle Torri Gemelle di New York, un evento che cambiò le dinamiche geopolitiche mondiali e stravolse la percezione del senso di sicurezza personale e collettiva.

Martina, trentina trasferitasi dalle elementari a Reggio Emilia, all'epoca lavorava come infermiera presso l’ASL reggiana ma aveva deciso di prendersi sei mesi di aspettativa: aveva 28 anni e voleva imparare l’inglese. Così si era iscritta ad un corso della Pace University di Manhattan che l’avrebbe accompagnata da lì fino a Natale, ma così non fu...


Martina, l'arrivo a New York?

«Sabato 8 settembre, l’attacco alle Torri Gemelle avvenne il martedì seguente. Avevo il week-end libero e lunedì 10 sostenni il test d’ingresso: il mio livello di inglese era talmente basico da consegnare il foglio praticamente in bianco. Volevo partire dalla classe di lingua più bassa per poi avanzare gradualmente. Martedì 11 settembre, dunque, sarebbe stato il mio primo giorno di scuola».


L’11 settembre, in attesa della lezione, eri nella Torre Nord: che cosa ti spinse ad entrarci?

«Degli amici mi parlarono di un ristorante panoramico in cima: programmai una cena per festeggiare, la sera stessa, il mio primo giorno di scuola. Mi ero alzata intorno alle 4 e mezza, il fuso orario non mi permetteva di dormire: uscita dalla porta, camminai a lungo, poi salii sui mezzi pubblici e verso le 8 e un quarto mi trovavo sotto le Torri. Non sapevo, in quel momento di attesa, come finalizzare il tempo a disposizione prima del fatidico inizio delle lezioni e alla fine decisi di salire, così avrei conosciuto meglio l’intricato percorso interno per arrivare al ristorante: l’orientamento, infatti, non era così scontato. Gli ascensori arrivavano fino ad un certo piano e poi li si dovevano cambiare».

Dove ti trovavi al momento del primo attacco?

«Al piano terra della Torre Nord, la prima colpita».


Per quale coincidenza non eri ancora salita in alto?

«Poco prima di entrare ero al telefono con mia mamma: le raccontai del test, della città e della scuola e questo dilungò la nostra chiacchierata. Quando, una volta dentro, l’aereo impattò contro la parete della Torre, ero completamente ignara dell’accaduto: sentii il rumore, anche sotto i piedi, ma pensai ad una semplice rottura di un tubo. I frastuoni che sentivo in quei giorni a New York erano una prassi quotidiana e, nonostante il boato del colpo, non diedi peso, abituata a percepire i sordi fragori della metropoli e il tremolio della terra al passaggio della metropolitana. Poi vidi gente all’esterno che correva e guardava in alto, urlando».


Come ti sentivi?

«All'inizio lucida. Tutti osservavamo il fumo fuoriuscire e nessuno pensava ancora ad un attentato, nemmeno dopo il secondo aereo che passò sopra la mia testa, col boato dello schianto che rimbombò fino a terra. Il panico sorse dopo: quando crollò la prima torre, la seconda ad essere colpita, eravamo tutti lì e la paura, in me, iniziò ad essere reale».


Cosa ricordi della fuga?

«Scattai a più non posso, con tutte le energie a disposizione. Nel caos della fuga vidi diversa gente cadere ma nessuna presentava ferite, né malori: passando in un passaggio stretto, con la grande quantità di persone presenti, avevo travolto io stessa una persona davanti a me che non riusciva a correre ma queste, purtroppo, sono le conseguenze del panico e sul momento, nessuno si rende minimamente conto. Eravamo tutti completamente impolverati ma la visibilità lungo la mia direzione non era ancora offuscata dalla fitta nebbia di polvere generata dal crollo della torre: ci passai in mezzo all’inizio, per pochi secondi. La corsa mi portò a circa un chilometro dalle Twin Towers: nonostante mi trovassi più lontana dal pericolo, la minaccia era ormai alta. Ero al sicuro dal luogo del disastro ma tutto questo non bastò. Qualsiasi ubicazione della città poteva diventare un obiettivo sensibile e pensai: è arrivato il primo aereo, è arrivato il secondo… e il terzo? Dove cadrà?»


Eri riuscita a chiamare casa?

«No, le linee erano bloccate e per le ore successive il telefono non prendeva. Camminai fino al Bronx, per decine di chilometri. Trovai diversi ristoratori che, vedendomi sporca, capirono da dove provenivo e mi offrirono acqua, coca cola e gettoni da inserire nei telefoni pubblici, ma nemmeno quelli funzionavano. Chiamai casa una volta rientrata in serata a Brooklyn e dissi: "mamma sto bene" e lei: "lo sapevo!"»

Quando realizzasti la portata della tragedia?

«Dalle voci per strada, ancora piuttosto confuse. Compresi che oltre alle Torri Gemelle era stato colpito anche il Pentagono a Washington e che un altro aereo, in Pennsylvania, era stato dirottato, quello che alla fine cadde nelle campagne. Poi il quadro mi fu più chiaro davanti alla TV».


Come appariva New York?

«Manhattan si chiudeva sempre più. Metà della penisola che forma una parte del centro città era inagibile in quanto a linee metropolitane. La nube di fumo e polvere, inoltre, si allargava progressivamente: la chiusura fu immediata anche su Long Island, il 12, nella parte sud di New York, dove sorge Brooklyn, per poi estendersi presso gli isolati più a nord delle Torri. Anche l’edificio della mia scuola, vicino al luogo della sciagura, chiuse: le lezioni si sarebbero svolte in una succursale di Brooklyn, ma non nell’imminente. Ma vista la situazione, la scuola non era più nei miei pensieri».


E nei giorni successivi?

«Vagavo per New York senza una meta precisa. Andavo al consolato italiano di Central Park dove potevo seguire i TG della RAI. Un giorno riuscii a parlare col console per tre minuti: affermò che New York, in quel momento, restava la città più sicura del mondo. Ma io, era il 16 settembre, decisi di rientrare a casa».


Come ti sentisti a casa?

«Dormivo poche ore e trascorrevo il tempo davanti alla TV: era un collante, come se fossi ancora là. Non volevo perdere alcuna notizia e mi sentivo parte della tragedia. Mi ci vollero mesi per recuperare anche se, da un evento così, è impossibile tornare al 100%».


Sei più ritornata a New York?

«Sì, nel 2002 andai con mia mamma per diversi giorni, le mostrai gli itinerari che seguivo e dove alloggiai. Fu impressionante, a Ground Zero, assistere alla voragine che si era creata: anche un anno dopo, i camion continuavano a lavorare ininterrottamente per ripulire il suolo dalle macerie. Quel corso di inglese, inoltre, non l’ho più svolto, in nessun paese anglofono: il fato ha deciso così, mi sono rassegnata».


La tua percezione del viaggio?

«Non è cambiata. La paura non l’ha avuta vinta. Prima del Covid mi sono concessa almeno un viaggio all’anno, volando lontana da casa. Ho sempre amato viaggiare!».



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