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Veronica Plebani e la sua fame di vita raccontata a Borgo Valsugana




di IVAN PIACENTINI


L'atleta paralimpica ha raccontato la sua storia al pubblico di Borgo Valsugana, invitando tutti ad «accettare le proprie cicatrici e non mollare mai... perché nella vita si può davvero fare tutto...»


Lo scorso 28 agosto, all’Odaiba Marine Park di Tokyo, Veronica Yoko Plebani ha fatto sognare l’Italia portandosi a casa un sudato ma meritatissimo bronzo nel triathlon, categoria PTS2 femminile.

Al traguardo, ha festeggiato con il tricolore sulle spalle e un sorriso enorme: «La miglior sensazione di sempre», ha scritto sul suo profilo Instagram.

«Una medaglia che arriva al termine di una preparazione lunga, complicata, con tanti stop dovuti un po’ alla mia condizione e un po’ alla pandemia», ha commentato la campionessa paralimpica al termine della gara.

Ospite a Borgo Valsugana il 19 settembre scorso, Veronica ha cominciato a raccontarsi al pubblico, dialogando con la giornalista Emanuela Macrì, proprio dall'impresa di Tokyo.


CERCANDO DI NON ESPLODERE!

750 metri a nuoto, 20 chilometri di ciclismo e 5 di corsa. Una gara durissima anche a causa delle condizioni meteo, con un caldo e un’umidità molto impattanti ai quali si è aggiunta la perdita della borraccia durante la frazione di ciclismo. Poi la corsa: «Sono riuscita a prendere il terzo posto e durante gli ultimi due giri di corsa sapevo di dover solo resistere. Gli uomini che avevano iniziato prima di me stavano finendo la gara, e passando davanti al traguardo a un giro dalla fine ho visto uno dei miei migliori amici, Alex, che stava andando a prendersi il bronzo. Quando mi ha guardato, ho realizzato che tra un giro sarebbe toccato a me ed è cominciata a salirmi dentro un’emozione incredibile. Ho corso il resto della gara cercando di non esplodere».


IL LIBRO COME UNA PSICANALISI

Dopo lo sport, il romanzo Fiori affamati di vita, ampiamente basato sulla sua esperienza. «Lo ho scritto con una mia grande amica. Siamo riuscite a guardare quello che è stato da due punti di vista diversi, uno interno e uno esterno. E’ stata come una mega seduta di psicanalisi, abbiamo messo nero su bianco tutto quello che è successo».

GLI SPARTIACQUE DELLA VITA

Dal libro, Emanuela Macrì ha scelto la prima di alcune parole che hanno attraversato come un filo rosso la serata: spartiacque. «A volte – ha detto Veronica Plebanicapitano cose decisive. Succedono a tutti momenti che fanno cambiare il proprio punto di vista sulla vita e sulle nostre possibilità. Uno di questi è stato la malattia. Penso che sia lecito anche non riuscire a reagire, non è giusto aspettarselo da tutti perché siamo persone uniche, con un proprio unico modo di vivere. Se hai la fortuna di avere un pizzico di coraggio ti permette di guardare a quello che c’è ancora e a quello che ci può essere in futuro; ti permette di andare avanti, cogliere tutte le occasioni che ti aspettano. Io ho avuto la fortuna di riuscire a trovarlo, di mettermi davanti allo specchio e vedere che c’era ancora tantissima vita davanti a me. Se ripenso alla mia vita devo ammettere che non mi viene in mente subito la malattia, ho fatto delle cose che mi hanno segnata in positivo in questi anni e diventa piuttosto difficile soffermarsi su una cosa superata».


LO SPORT COME UN'ÀNCORA

Un momento, quello della malattia e della convalescenza, nel quale lo sport è stato di grande aiuto: «Devi reimparare a camminare, capire quello che puoi e vuoi fare. Mettermi alla prova, allenarmi, poter avere uno spazio per conoscermi di nuovo e trovare quello di cui avevo bisogno sono stati il mio strumento per ritornare a vivere. Il primo sport appena uscita dall’ospedale è stato la canoa, perché potevo stare seduta. Non avevo calcolato che non avendo più quasi le dita ci avrei messo un po’ a imparare a tenere la pagaia, ma era l’ultimo dei problemi in quel momento. Ho sentito subito che il fiume mi poteva dare tantissimo».


RITROVARE IL PROPRIO CORPO

Un ruolo essenziale nella sua storia lo svolge il corpo.

«Riacquistare le capacità del mio corpo – ha raccontato Veronica all'attento pubblico – è stato un percorso di comprensione di una nuova versione di me stessa. Io mi piaccio, ma non è facile farlo se dall’esterno continui a sentire che non dovresti. Poi, quando cominci a capire quale bellezza c’è in te, nulla può più toccarti. Col mio corpo ho un rapporto bellissimo e mi dà molto fastidio che per un certo tipo di comunicazione venga percepito come un problema. Non dovrebbe esserlo per nessuno, ma finché diamo così tanto valore all’estetica in modo lineare e ottuso, sarà sempre difficile uscirne indenni; siamo fatti in maniera diversa e non credo che l’estetica del corpo sia un metodo di valutazione interessante, o utile alla società. Nel mio piccolo, cerco di parlare di un corpo e una bellezza diversi e restituirne un senso più completo, più complesso».


ACCETTARE LE PROPRIE CICATRICI

Un’altra parola della serata è stata: comunicazione.

«Tutte le volte che condivido le mie esperienze – ha continuato Veronica – vedo che hanno un effetto sulle altre persone, per ora soprattutto positivo, e mi dà sempre tantissima gioia poter aiutare qualcuno ad accettare le proprie cicatrici, disabilità o difficoltà nella vita. Mi emoziono tantissimo quando mi dicono che ci sono bambini che hanno preso ispirazione da me e non si vergognano più della propria disabilità, è sempre un grandissimo regalo».


LA NARRAZIONE DELLE DONNE

Di comunicazione tratta anche la sua tesi di laurea, sulle pari opportunità e sulla rappresentazione delle donne nello sport: «Ad oggi è ricca di lacune – ha osservato Veronica –. Si raccontano sempre le donne prima come donne e poi atlete, come belle e poi atlete, come corpi attraenti che secondariamente fanno anche cose interessanti… È una narrazione che ha un po’ stancato».

NELLA VITA PUOI FARE TUTTO

Parlando di ispirazioni, Plebani ha raccontato di cosa significhino le Paralimpiadi: «Sogni questo evento per tantissimo tempo, ma nella routine di allenamento e gare fatichi a realizzare l’avvicinarsi di una cosa così importante. Ci arrivi, magari distrutta dalla preparazione, e paradossalmente non vedi l’ora delle vacanze. Ma poi ti rendi conto che sei così ispirata dalla ricchezza, persone, meraviglia e storie fantastiche che ci trovi, che non puoi non volerle di nuovo. Ci sono tutti questi atleti che ti ispirano… Io ho una disabilità, ma quando arrivi alle Paralimpiadi vedi gente con delle disabilità veramente gravi che fanno cose inimmaginabili, e non solo in gara. Lì capisci che nella vita puoi davvero fare tutto, e secondo me è questa la grandezza dell’esperienza paralimpica».








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