(Tutto) A (suo) tempo e luogo: una grande mostra collettiva a Tonadico e Siror




di Lino Beber


Conosco personalmente Davide Pintar e con gioia ho accolto il suo invito a presentare i protagonisti di questa mostra collettiva che vede impegnati il collezionista di orologi Antonio Spada, il pittore Davide Pintar e lo scultore Giovanni Doff Sotta a Tonadico presso Palazzo Scopoli dal 18 luglio al 2 agosto e a Siror dal 4 al 16 agosto.

Antonio Spada è nato in Sardegna nel 1948 e si è trasferito a Gorizia nel 1948. Prima di intraprendere la sua professione di infermiere, Antonio ha lavorato per otto anni presso un orologiaio. Da quel momento, la passione per orologi e sveglie non l’ha più abbandonato. La sua ricca collezione conta oggi decine e decine di pezzi, scelti con cura battendo instancabilmente i mercatini antiquari di Friuli, Veneto, Slovenia e Austria: orologi, pendoli, orologi da parete, sveglie, cucù, tutti funzionanti. Attraverso questa raccolta, Antonio ha creato una splendida cronistoria della nostra quotidianità, dall’Ottocento a oggi.

L'orologio è la rappresentazione del tempo, il tempo che fugge. Se per noi il tempo è sia quello che scorre sulle lancette degli orologi sia quello atmosferico, gli antichi Greci lo immaginavano dualisticamente esprimendolo con due termini ben distinti: chrònos e kairós. Chrónos è il tempo astratto che scorre, inteso in senso quantitativo. Kairós invece è qualitativo: il momento opportuno, preciso, propizio, adatto, conveniente, stabilito, la situazione, la buona occasione, la circostanza. Nel carpe diem di Orazio è sintetizzato l’afferrare il giorno, il cogliere l’attimo fuggente.

Dante Alighieri nella Divina Commedia nel canto X del Paradiso paragona il movimento delle anime beate a un orologio che nel medioevo funzionava con ruote dentate e contrappesi facendo suonare dei martelletti o dei campanelli come sveglia.

Indi, come orologio che ne chiami

ne l’ora che la sposa di Dio surge

a mattinar lo sposo perché l’ami,

che l’una parte e l’altra tira e urge,

tin tin sonando con sì dolce nota,

che ‘l ben disposto spirto d’amor turge;

così vid’io la gloriosa rota

muoversi e render voce a voce in tempra

e in dolcezza ch’esser non pò nota

se non colà dove gioir s’insempra.

(Paradiso, canto X vv. 139-148)

A quel punto, come un orologio che, nell'ora in cui la Chiesa si leva, la chiama a recitare il Mattutino a Cristo affinché egli la ami ancora, in cui una parte tira e l'altra spinge (le ruote dentate), tintinnando in modo così dolce che riempie d'amore lo spirito ben disposto; così io vidi quella gloriosa corona di spiriti muoversi e cantare con un'armonia e una melodia così dolce che non la si può capire, se non in Paradiso dove la gioia diventa eterna.

Davide Pintar è nato a San Floriano del Collio (Gorizia) in Friuli nel 1959 e nel 1985 per motivi di lavoro si è trasferito in Primiero dove vive a Siror. Nella sua terra natale a casa si parlava lo sloveno e Davide, prima di diplomarsi come infermiere professionale, ha seguito studi artistici che ha sempre coltivato, pur dovendo dedicare gran parte del suo tempo all’arte del dio greco Asclepio, protettore della medicina assieme alle due figlie Igea e Panacea.

Davide nel suo tempo libero, che per i popoli latini era il così detto otium, inteso non nel senso letterale di ozio, ma del tempo da dedicare alle cose che piacciono, ha mantenuto il suo amore per l’arte, “a Dio quasi è nipote” (Inferno, XI, v.105), e nei suoi quadri con vivaci colori rivive l’ambiente con le chiese, l’arte sacra, le case con il focolare, le fontane, i girasoli, gli strumenti musicali, il lavoro nei campi, l’automobile e la bicicletta, le Pale di San Martino con il sole come palla di fuoco, la mongolfiera, la neve con una predilezione particolare per il collage dove in piccolo spazio troviamo i campanili e i monumenti riuniti delle varie comunità.

Uno dei tratti caratteristici delle opere di Davide è la nostalgia - intesa nel senso etimologico di “dolore del ritorno”, dalle due parole greche nostòs = ritorno e algos = dolore - della sua terra natale, che è riuscito a sublimare agevolmente nella terra d’adozione primierotta.

Giovanni Doff Sotta è nato a Imer nel 1961 e si è diplomato all’istituto statale d’arte di Pozza di Fassa, dove ha partecipato a varie iniziative, tra le quali concorsi di grafica e di scultura su ghiaccio, collaborando con le associazioni locali. Rientrato nella sua valle ha iniziato a sperimentare varie tecniche artistiche riscoprendo le radici di una civiltà contadina in fase di estinzione. Ha collaborato con varie opere con enti comunali, ha curato l’idealizzazione e la realizzazione della segnaletica del “Sentiero etnografico per l’Ente Parco Paneveggio-Pale di san Marino” e per l’ecomuseo del Vanoi ha collaborato con altre iniziative.


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