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Sport. Evitare il pericolo degli atleti bonsai







di GIORGIO TORGLER*


Sono fermamente convinto che oggi lo sport, inteso nelle sue diverse espressioni e valenze possa veramente dare un grande aiuto alla qualità della vita, soprattutto dei giovani e giovanissimi, senza dimenticare i “diversamente giovani”.



Quindi lo sport va rimesso al centro di un esigente disegno educativo, che coinvolga in una nuova “complicità” la Politica, le Amministrazioni, le Famiglie, le Società, la Scuola.

Per iniziare bisogna rispettare e ricercare la centralità del bambino e non viceversa.



Di conseguenza lo Sport deve essere interpretato come “componente di crescita” – lo Sport deve garantire un miglioramento della qualità della vita e non un condizionamento in negativo e quindi lo Sport diventa lo strumento principale della medicina preventiva.

Una recente indagine ha messo nei primi tre desideri dei genitori per il futuro dei loro figli un avvenire da campioni.

Questo modo di pensare, condizionato da uno sport come componente economica, invece che sociale (di massa) e culturale, porta alla ricerca dell’Atleta Bonsai: non esiste lo sport per il bambino ma solo lo sport. Viceversa è importante che i ragazzini siano meno simili a ciò che i grandi desiderano e più simili al loro modo naturale di intendere lo sport.

La corretta interpretazione dell’attività sportiva è quella ludica. Il gioco deve essere la guida al posto della ricerca del risultato.


Per tale ragione è necessario “professionalizzare” il mondo che circonda il bambino, mentre oggi stiamo forzando la professionalizzazione del bambino nel fare attività sportiva. È in questo modo che arriviamo alla nausea da sport, allo stress da competizione e quindi all’abbandono precoce dell’attività sportiva.

Un forte aiuto in tale direzione può essere trovato nella scuola. Per riuscire ad ottenere una collaborazione dalla scuola dobbiamo individuare degli obiettivi comuni e condizioni coerenti, primo fra tutti una reciproca collaborazione e disponibilità, da un lato ad aiutare gli insegnanti a capire meglio l’attività sportiva, anche agonistica, dall’altro a richiedere ai medesimi un aiuto in termini pedagogici per una migliore gestione dei bambini.

Con l’aiuto della Scuola si può facilmente ricercare anche una corretta “formazione dei genitori” ad attenuare in loro la ricerca del risultato o il timore che i loro figli non sudino o prendano freddo o si sbuccino un ginocchio, tenendo conto che tale impegno alla lunga avrà un effetto importante in quanto i bambini di oggi fra non molti anni saranno a loro volta genitori.

Tutta l’attività giovanile deve essere, appunto, guidata dal gioco perché lo sviluppo delle abilità motorie deve avvenire rispettando i tempi naturali.

Non è possibile un recupero in anni successivi e non è possibile avere la naturalità del gesto sportivo se si hanno queste qualità poco sviluppate.

* Giorgio Torgler

Presidente onorario del CONI Trento





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