Paolo Peruzzi: la bandiera del Levico calcio che s'ispirava a Platini


Paolo Peruzzi con la figlia Alice

Paolo Peruzzi di Levico, allenatore del Telve nonché uno dei giocatori valsuganotti che più si è distinto nel panorama dilettantistico Trentino, ci parla della sua carriera e dei valori che il calcio può trasmettere...



di PAOLO CHIESA

Paolo, raccontaci i tuoi esordi...

«Ho iniziato con il ciclismo per poi passare al calcio. Nel piazzale di casa giocavo con mio fratello Sergio e con mio cugino Eusebio Di Francesco che veniva in Trentino per le vacanze. E poi su un prato o all’Oratorio sempre a correre dietro ad un pallone. A nove anni sono entrato negli Esordienti del Levico dove ho fatto tutta la trafila delle giovanili saltando gli Allievi per andare direttamente nell’Under 18

Un esordio precoce...

«Nel 1983 il Levico era in Interregionale ed io, che avevo 16 anni, ho giocato alcune partite in Coppa Italia. Con il Levico ho giocato tutta la carriera in Promozione ed Eccellenza oltre a due stagioni a Salorno in Eccellenza. Diciamo che si è avverato il mio sogno di giocare nella squadra della mia città e di esserne il capitano. Ho smesso di giocare nel Levico nel 2003 dopo un centinaio di gol segnati con il massimo di 17 in Eccellenza nella stagione 1992/1993.»


Che tipo di giocatore eri?

«Da bambino facevo la mezzala con il numero 8 che è sempre stato il mio preferito. Poi ho sempre fatto il trequartista come il mio idolo Platini ed alla fine della carriera anche la punta. Le mie caratteristiche erano la tecnica, la corsa e il cambio di passo. Mi piaceva verticalizzare il gioco e tirare in porta sia di destro che di sinistro. Ma soprattutto non mollavo mai.»


E dopo il calcio giocato?

«Per quattro anni ho fatto il presidente del Levico e dal 2007 al 2017 sono anche tornato a giocare nel campionato Amatori con gli Amici del Calcio di Borgo. Poi ho allenato i Pulcini dell’Audace di Caldonazzo e gli Allievi del Borgo e infine, per l’amicizia che mi lega al suo presidente Pevarello, sono andato ad allenare il Telve in Prima Categoria. E lì ho trovato una situazione ottimale: poca pressione, una società attenta al settore giovanile, una squadra giovane e composta tutta da ragazzi della zona. Questo ci ha permesso il primo anno di vincere il campionato e di salire in Promozione.»

E poi c’è stata la pandemia...

«Purtroppo sì. Abbiamo giocato solo 10 giornate fino a ottobre scorso e poi abbiamo smesso. In questo periodo non ci si può neanche allenare in gruppo e i calciatori si gestiscono in autonomia in attesa, speriamo, di poter riprendere quando le cose andranno meglio.»


Un aneddoto della tua carriera?

«L’ultimo periodo con gli Amici del Calcio oltre che giocare facevo anche l’allenatore. La cosa divertente e che non credo sia successa a molti, è che mi sono trovato ad allenare Giancarlo Bonella che aveva allenato me nel Levico qualche anno prima.»

Il calcio è maestro di vita?

«Sì, perché ha tre caratteristiche fondamentali: è uno sport di squadra e di contatto fisico che si pratica all’aria aperta. Ed è formativo nonostante l’ambiente professionistico ce la stia mettendo tutta per mostrare il peggio di sé. Anche tra in dilettanti c’è bisogno di gente preparata, che alleni i giovani non solo dal punto di vista sportivo, ma anche comportamentale e morale. Per fortuna ci sono tanti allenatori bravi ed appassionati e anche molte società che sono in grado di insegnare ai giovani. Non è necessario vincere e basta, i bambini ed i loro genitori devono capire che il bello del calcio è ancora il giocare il più possibile con i propri compagni.»

Questo non succede sempre?

«Spesso c’è fretta di portare ragazzini piccoli nelle squadre di alto livello, con il rischio di sradicarli dal loro ambiente e dai loro amici. Poi però se il sogno non si realizza subentra la frustrazione. Mi dispiace di non avere abbastanza tempo per trasmettere queste cose ai ragazzi che giocano a calcio Però sono felice perché a Telve abbiamo invece dimostrato che si può vincere anche solo con le proprie forze, partendo dalle giovanili, rispettando i tempi di crescita dei giovani e curandone l’aspetto non solo sportivo ma anche etico e morale.»




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