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Levico Terme. Sergio Paoli, la vita di un boomer raccontata all'intelligenza artificiale





di Johnny Gadler


Sergio, com’è nata la tua passione per la scrittura?

«Ce l'ho sempre avuta fin da piccolo, quindi non vi è stato un vero e proprio momento scatenante. Semmai si sono verificate tante circostanze che l’hanno favorita e fatta crescere nel tempo».


Ad esempio? 

«In primis la maestra Camilla delle elementari, che per me era una sorta di mamma. L’ho ringraziata anche nel mio ultimo libro, perché è stata lei a insegnarmi a scrivere con l’inchiostro, a pensare con la mia testa e a rispettare la scuola. Poi, una volta diplomatomi in informatica e avendo iniziato un lavoro lontano dal Trentino, cominciai a coltivare le mie amicizie via lettera. Lì mi accorsi, forse per la prima volta, che ci provavo gusto a raccontare, a giocare un po’ con le parole. A volte mi lasciavo prendere la mano a tal punto di partire, come si dice, per la tangente. Difatti una volta un mio amico mi disse: “Sergio, mi fa molto piacere che tu mi scriva, però quando lo fai almeno fammi capire che stai scrivendo proprio a me”. Le mie lettere, a pensarci bene ora, erano già dei racconti in fieri».


E il tuo lavoro, ha influito anche quello nel tuo diventare uno scrittore? 

«Senz’altro. Io sono stato nella Polizia di Stato per 35 anni, un’esperienza che mi ha formato sia nella capacità di comprendere il profilo psicologico delle persone, sia nell’attitudine a scrivere. Perché molti quando pensano al mio lavoro immaginano scenari cinematografici: inseguimenti a tutto gas, sparatorie stile far west, ammanettamenti rocamboleschi. Invece gran parte del lavoro di un poliziotto consiste proprio nello scrivere, nello stendere quotidianamente le famose “relazioni di servizio”».

Quelle che sono state la base del tuo precedente libro?

«Esatto. Proprio quelle, che ogni sera dovevi redigere a fine servizio. Io cercavo di scriverle nel migliore dei modi, evitando il freddo e talvolta ridicolo linguaggio burocratese, sostituendo gli aggettivi e quelle espressioni che utilizziamo soltanto noi nei verbali, con un italiano più moderno e più credibile. E quelle relazioni le dovevi scrivere per forza, non è che il giorno dopo potevi presentarti davanti a un magistrato mostrando un foglio bianco, giustificandoti con il fatto che ti era venuto il blocco dello scrittore. Questo duro allenamento quotidiano credo mi sia servito tantissimo nel perseguire il mio obiettivo di scrivere per raccontare. Come mi sono serviti i turni da piantone. Perché appena arrivato a Milano i primi ordini di servizio erano proprio quelli di piantonare un edificio o un luogo sensibile. Lunghe ore, magari sotto casa di un politico, da passare senza far nulla. Così c’era chi fumava un pacchetto intero di sigarette o chi faceva la settimana enigmistica. Io invece mi inventavo delle storie e le scrivevo. Poi passai alla Digos e divenni più operativo: lavoravo in borghese, ero infiltrato negli ambienti in cui si organizzavano le manifestazioni e dove bazzicavano anche personaggi sospettati di appartenere a certe organizzazioni estremiste. Lì, talvolta, la realtà superava la fantasia». 


Ti piaceva il tuo lavoro?

«Sì, l’ho sempre svolto con grande passione e professionalità, anche se devo dire che il periodo più bello è stato quello con le volanti del 113. Lì lavoravo proprio per strada, in mezzo alle persone. E in una grande città come Milano c’è modo di fare incontri di tutti i tipi. Quella per me è stata una grande scuola sull’essere umano, sui suoi vizi e sulle sue virtù. Un caleidoscopio di sentimenti, di atteggiamenti, di storie di vita che metterebbero in moto la fantasia e la penna di qualunque scrittore». 

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A proposito di scrittori, quali sono i tuoi preferiti?

«Devo confessare che, paradossalmente, il mio vero rapporto con la lettura è iniziato in età già adulta. Oggi io e mia moglie siamo degli autentici divoratori di libri, tant’è che ne abbiamo la casa piena. Ma da ragazzo non era affatto così. A parte i testi scolastici, di libri ne aprivo ben pochi, nonostante fossi uno dei più assidui frequentatori della biblioteca comunale di Pergine. Ma lì ci andavo unicamente perché si potevano ascoltare i dischi. Ben presto, però, mi accorsi che anche chi, come me, ascoltava la musica con le cuffie, contemporaneamente leggeva anche un libro. Così, per non essere da meno, sotto lo sguardo sornione del bibliotecario Carlo Leonardelli, cominciai anch’io a prendere in mano qualche libro. Ma lo facevo a caso, senza un reale interesse. All’epoca, infatti, avevo la convinzione che i libri fossero necessariamente noiosi, quindi tendevo a evitarli».

Qual è stato il punto di svolta?  

«Direi con la mia prima assegnazione nella Polizia di Stato. Arrivato nella sede a cui ero stato destinato, infatti, nel comodino della camera da letto trovai due libri dimenticati dal poliziotto che mi aveva preceduto. Erano Storie di ordinaria follia di Charles Bukowski e Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello. Li lasciai al loro posto nella convinzione che prima o poi il proprietario sarebbe tornato a riprenderseli. Ma non fu così. Allora, un bel giorno, li presi in mano e cominciai a leggerli. In quel momento mi accorsi che la lettura non era affatto noiosa, anzi mi dava un gran piacere e mi incuriosiva. Da allora non ho più smesso».


Hai dei generi o degli autori preferiti?

«Oltre a Bukowski, di cui ho l’intera collezione, sono piuttosto trasversale nelle letture. Amo Ernest Hemingway, Alessandro Baricco, ma anche tanti autori russi. Sul mio comodino ho anche la Storia d’Italia di Indro Montanelli».


Veniamo al tuo ultimo libro, l’Ora del Baco. Che storia è?

«In una battuta direi: Come siamo sopravvissuti anche – e soprattutto – senza i social. Al pari dei due libri precedenti, anche questo nasce dal mio Blog “Il Trentaquattresimo Trentino”, https://paolisergio.com/ all’interno del quale ho iniziato a scrivere di quando, negli anni '70-'80 eravamo bambini e poi ragazzi, riportando a galla qualche ricordo, cercando di far sorridere, e a volte ridere. Ho raccontato del nostro asilo, della scuola elementare, delle partite di calcio in strada, delle vacanze a Jesolo, evitando facili quanto inutili riferimenti al “come stavamo meglio” o “quanto eravamo migliori”. Ho capito che l’argomento piaceva quando i lettori, anche di luoghi diversi e lontani dal Trentino, si identificavano nelle storie e commentavano gli aneddoti raccontandomi i loro, soprattutto sulla pagina Facebook www.facebook.com/trentaquattresimo. A questo punto ho deciso di raccogliere tutto il materiale pubblicato e di arricchirlo con nuove storie, dando al tutto un ordine cronologico e soprattutto una trama».


Ce la racconti?

«Il romanzo è ambientato in Trentino e in un futuro non molto lontano, dove l’umanità ha trovato il modo di liberarsi da ogni impegno e seccatura, delegando ogni attività non ludica all’intelligenza artificiale. Demiurga, questo il nome dell’I.A., ha però in programma una sorta di “cambio di stato”, che le permetterà di svincolarsi dalla volontà umana e di operare autonomamente, dominando, di fatto, tutta la popolazione. Ma a poche ore dal passo definitivo, Demiurga si trova a dover fare i conti con un gruppo di trentaquattro boomer, cioè nati tra il 1946 e il 1964, sconosciuti alla rete e quindi incontrollabili. Ormai localizzati e col destino segnato, questi ribelli sono però costretti a giocarsi tutto in un’originale ed estrema sfida: forniranno i dati della loro gioventù, necessari all’intelligenza artificiale per concretizzare il suo piano, attraverso una serie di racconti trasmessi in diretta radiofonica mondiale. Così facendo i boomer sono convinti che riusciranno a portare l’umanità dalla loro parte e ad abbandonare il piano di Demiurga, la quale si limita a far partire le musiche di sottofondo, rigorosamente d’epoca, quindi James Brown, la PFM, Lucio Dalla, George Benson, Beatles, Rolling Stones, Buggles, ma per accordi presi non può interferire nella narrazione anche se ogni tanto si fa sentire. Una curiosità, i pochi testi di Demiurga sono stati “allineati” proprio dall’intelligenza artificiale». 


Quello dell’intelligenza artificiale è un tema attuale. Ti spaventa?

«No, anzi. Credo che in molti campi, penso ad esempio a quello medico, potrà essere di grande utilità. Pertanto il libro non vuole mettere in contrapposizione un passato idilliaco – ammesso e non concesso che lo fosse – con un presente problematico. Sono semplicemente due momenti storici diversi, ciascuno con i propri pregi e difetti. Quando, parlando con i miei figli o con persone più giovani di me, dicevo “ai miei tempi le cose erano diverse…” subito mi zittivano come se avessi detto un’eresia. Così ho deciso di non dire più “ai miei tempi”, ma di scrivere com’erano, senza alcuna pretesa di affermare che si stava meglio o che si stava peggio. Allora le cose giravano così e chi leggerà il libro, quel mondo lo troverà lì, senza giudizi di valore».  


Un’ultima curiosità sul titolo. Che cos’è “L’Ora del Baco”?

«Il “Baco” era una scriteriata e velatamente criminale modalità di discesa con gli slittini che mettevamo in atto da ragazzi. Ci si agganciava gli uni agli altri a pancia in giù, formando una lunga catena e in quel modo si scendeva lungo la pista, che nel nostro caso era la strada che attraversava il paese. Una volta avviato, il Baco non poteva fermarsi e il destino di tutti i componenti sarebbe stato comune. Ecco, l’Ora del Baco è proprio quel momento, immediatamente prima di partire, nel quale realizzi che non puoi più tornare indietro, che l’esito di quello che stai facendo sarà comunque comune a quello dei tuoi compagni di viaggio, di avventura, di vita. E forse tutta la nostra gioventù è stata un’ora del baco. Eravamo molto uniti, molto connessi anche senza avere gli smartphone».


Sergio Paoli (Trento, 1964) ha lavorato per 35 anni nella Polizia di Stato e ora è in pensione. Ha collaborato con il mensile satirico "Così e Cosà", pubblicando diversi racconti, e per anni è stato autore di una rubrica di riflessione e costume su un notiziario sindacale. Ha scritto i testi di alcuni fumetti e ha ottenuto riconoscimenti in occasione di concorsi letterari, tra i quali il secondo posto in "Narratori in divisa" con giuria presieduta da Carlo Lucarelli.

 Il libro di Sergio Paoli, L'Ora del Baco, con prefazione di Lucio Gardin, 134 pagine, è edito da Rossini, del gruppo Santelli, distribuito da Messaggerie, disponibile in tutte le librerie e anche online.








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