Il virus si sta indebolendo? La risposta potrebbero darcela i conigli australiani





di Johnny Gadler

Mentre da New York rimbalza la notizia che molti malati con un livello di ossigeno sotto la soglia di sicurezza guariscono senza l’ausilio del ventilatore, cosa impensabile solo poche settimane fa, la comunità scientifica si divide tra chi sostiene che il Covid-19 si stia depotenziando e che probabilmente scomparirà da solo prima ancora dell’arrivo di un vaccino, e chi invece sostiene che nulla è cambiato e che il quadro rimane identico alle prime settimane. Chi ha ragione? Difficile dirlo nel caso specifico, ma la storia sembra darci qualche buon indizio in questo senso.



In tempi non sospetti – addirittura più di vent'anni fa – il noto biologo statunitense Jared Diamond scriveva queste parole: «La storia della medicina è piena di episodi del genere: malattie misteriose, che non somigliano a nessuna di quelle note oggi, che appaino, causano epidemie tremende e poi scompaiono misteriosamente così come erano venute».


I virus non sono mai stati molto simpatici al genere umano, poiché quando li ospitiamo ci fanno stare sempre male e talvolta ci uccidono. Ma se moriamo noi – osserva ancora il biologo Diamond – per il virus si tratterebbe di un vero e proprio suicidio. Pertanto il suo interesse primario è quello di essere sì facilmente trasmissibile, ma poco letale, cosa peraltro ormai dimostrata da numerose testimonianze scientifiche.


La più clamorosa è senz’altro quella dei conigli australiani. È risaputo, infatti, che l’Australia nella prima metà del secolo scorso visse una vera e propria emergenza dovuta a una proliferazione fuori controllo di conigli importati improvvidamente dall’Europa nella seconda metà dell’800. Per porvi rimedio nel 1950 le autorità sanitarie australiane diffusero intenzionalmente il mixovirus, un virus presente fra i conigli selvatici brasiliani che risultava ad altissima mortalità fra i conigli europei. E difatti il primo anno il virus si dimostrò un ottimo cecchino anche con i conigli australiani: il 99,8% degli animali infettati morì. L’anno seguente, tuttavia, la mortalità fra i conigli si abbassò drasticamente, fino a raggiungere un tasso di mortalità del 25%.


Perché il virus non era più quel killer implacabile di prima? Semplice, il mixovirus stava uccidendo il suo mezzo di propagazione, quindi per non mettere a rischio la propria sopravvivenza mutò in una forma molto meno aggressiva.


E questa per noi è senz'altro una buona notizia, a cui va aggiunto che il corpo umano, una volta infettato, sviluppa gli anticorpi necessari per essere immune da un successivo attacco della stessa malattia o, se il virus dovesse subire delle mutazioni, riesce a riconoscerne le caratteristiche principali in modo da difendersi meglio. La cronaca riporta, ad esempio, che nel 1959 vaste aree dell’Africa Orientale furono colpite dalla febbre di O’Nyong-Nyong, una malattia del tutto sconosciuta che colpì milioni di persone, causata da un virus forse passato dalle scimmie all’uomo. Nonostante l’elevata infettività, la malattia si arrestò pressoché da sé, perché nella stragrande maggioranza dei casi presentava un decorso rapido e benigno e l'uomo poi sviluppava l’immunità.




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