Guido Prati: «Il mio viaggio dell'anima»


Alessandro Prati, Ketty Sandri e Guido Prati


di JOHNNY GADLER


Sul numero di ottobre ha riscosso molta curiosità la storia di Alessandro Prati e Ketty Sandri, due trentini trasferitisi in Cambogia per aprire un ristorante. Scelta di vita che ora il padre di Alessandro, Guido Prati, insegnante in pensione che vive sulla collina sopra il lago di Caldonazzo, ci racconta dal suo punto di vista...


Va' sempre dove ti porta il cuore e ricordati che nella vita non si smette mai di imparare. E che anche un umano sentimento di egoismo, può trasformarsi di colpo in un grande gesto di solidarietà e umanità. È questa la morale, ma forse sarebbe più appropriato chiamarla filosofia, che si può trarre dalla storia che ci racconta Guido Prati, racchiusa anche nel libro “Welcome to Cambodia”, già tradotto in inglese e in cambogiano. Una sorta di diario di viaggio che inizialmente il professor Prati ha voluto mettere nero su bianco per fissare meglio i ricordi e, soprattutto, le sensazioni del suo primo viaggio in Cambogia, ma che poi è diventato lo strumento per raccogliere dei fondi da destinare ai ragazzi cambogiani che vivono in povertà nella popolosa Battambang dove vivono e lavorano Alessandro e Ketty, che hanno aperto un Ristorante italiano nel quale propongono anche piatti della tradizione culinaria trentina.


Professor Prati, che reazione ebbe quando suo figlio Alessandro le espresse la volontà di trasferirsi in Cambogia?

«Di grande stupore, quasi di incredulità. Non riuscivo proprio a capire come dei ragazzi che qui in Trentino avevano due distinte attività ben avviate, potessero decidere di abbandonare tutto per ricominciare daccapo in un angolo sperduto del globo. Subito mi determinai ad oppormi strenuamente a quella che ai miei occhi appariva un’autentica follia. Lo feci con molto garbo, perché fra noi c’è un bellissimo rapporto, ma in maniera molto determinata».

Che cosa temeva di più?

«Debbo essere sincero: soprattutto l’egoistica preoccupazione della lontananza. Dissi loro: “Ma come, mi abbandonate e mi lasciate qui da solo? Ho quasi 80 anni e se mi succede qualcosa? Voi siete gli unici che mi siete vicini!” Per lunghe sere, fino a notte fonda, provai in tutti i modi a farli desistere dal loro proposito. Ma un giorno compresi che ogni mio tentativo sarebbe risultato vano.»

Perché?

«Innanzi tutto perché mio figlio Alessandro mi assomiglia molto. Ama mettersi sempre in discussione e quando lancia una sfida sa compiere scelte decise per vincerla. Capii che negli anni precedenti, durante le sue lunghe ferie in estremo Oriente, aveva gettato le basi per sganciarsi dagli stereotipi occidentali, abbracciando uno stile di vita molto distante dal nostro, assai più tranquillo, con una serie di valori umani e morali che un tempo c’erano forse anche da noi, ma ora paiono piuttosto appassiti, se non addirittura dimenticati. Al di là di questa nuova visione del mondo, c’era però un fatto più contingente: mi disse che avevano già affittato un grande garage nel cuore di Battambang, dove avrebbero fatto nascere il loro Ristorante italiano. La mia battaglia era persa; dovevo per forza metabolizzare l’idea della Cambogia.»

Cosa sapeva di quel Paese?

«Poco o niente. Perlopiù notizie di carattere giornalistico, ma molto frammentarie. Pertanto iniziai a documentarmi, leggendo un sacco di libri tra cui quelli del noto giornalista Tiziano Terzani, grande amante della Cambogia e profondo conoscitore proprio della città di Battambang di cui parla diffusamente in uno dei suoi volumi. Tutto ciò, però, non fu sufficiente per sgomberarmi l’animo dai tanti pregiudizi di noi occidentali. Così un bel giorno, ai primi di dicembre del 2019, decisi di recarmi in Cambogia di persona e di vedere finalmente con i miei occhi che cosa vi fosse di tanto affascinante.»


Molti viaggiano rimanendo prigionieri delle proprie tradizioni culturali, così guardano senza vedere l’essenza del popolo di cui sono ospiti. Come ha fatto a liberarsi di ogni stereotipo?

«Evitando il più possibile i posti turistici e immergendomi totalmente nella vita quotidiana di quel popolo, a diretto contatto con le persone. Alessandro mi aveva prenotato un alloggio in un magnifico resort. Ci rimasi solo un paio di giorni, poi preferii trasferirmi in un hotel più modesto in centro città, da dove ogni mattina partivo alla scoperta del territorio, accompagnato dalla mia guida che parlava un italiano molto forbito.»

Dove si fece portare?

«Da ex insegnante volli andare a visitare innanzi tutto delle scuole, meta tutt’altro che turistica, per cogliere l’atmosfera che si respirava tra i banchi. Con mio grande stupore la richiesta fu esaudita e mi ritrovai nella classe di un istituto superiore della città, nel bel mezzo di una lezione che fu interrotta apposta per accogliere un perfetto estraneo, per di più bianco occidentale. Rimasi molto colpito da questa disponibilità, ma l’esperienza che mi ha fatto innamorare è stata la visita ad una scuola di campagna, con i suoi alunni gentili, tranquilli e ossequiosi, eppure così privi dei più elementari strumenti didattici, quali penne, matite colorate o quaderni. È già un successo che questi ragazzi vadano a scuola – perché in Cambogia l’istruzione è obbligatoria – ma mi sono detto che occorreva fare qualcosa per aiutarli. Del resto molte famiglie vivono in uno stato di povertà totale e se in campagna trovano, perlomeno, qualcosa con cui sfamarsi, in città molti soffrono la fame, specialmente gli anziani soli.»

Nessuno li aiuta?

«Per quel che possono ci sono i monaci che hanno messo in piedi un sistema simile a quello della Caritas, con un luogo dove offrono dei pasti gratis. Mio figlio Alessandro, che da qualche settimana è tornato in Cambogia per riaprire il ristorante dopo un lungo lockdown, si è reso disponibile per andare qualche volta a cucinare gratuitamente i piatti della tradizione italiana e trentina. Poi, con le libere offerte che ho raccolto regalando il mio libro che parla di questa esperienza, compreremo strumenti didattici per i bambini delle scuole».

La Cambogia è buddista...

«Oserei dire che il buddismo, oltre ad essere la religione ufficiale del Paese, è anche una filosofia di vita. L’ho arguito da una piacevole chiacchierata con un monaco, il quale mi ha spiegato come nella loro concezione ogni cosa vivente, e persino non vivente come possono essere i sassi, di fatto appartenga al creato. Ecco perché sono così gentili, non violenti, estremamente pacati e in armonia con se stessi e l’ambiente che li circonda. Ma la cosa più bella è che il bonzo, mentre mi stava raccontando questi aspetti della loro religione, mostrava nei miei confronti un atteggiamento fraterno come se fossimo amici da sempre, senza alcuna volontà di indottrinare una persona che professa una religione diversa dalla sua. E senza neanche volerlo, nella mia mente si è materializzato un dualismo che ogni volta che ci penso mi fa riflettere: da un lato noi, con la nostra ritualità cattolica simbolicamente rappresentata dal crocifisso, un’immagine triste e pregna di sofferenza, dall’altro lato ci sono loro, con l’emblema di un Buddha sempre sorridente e rassicurante. Forse una parte del loro segreto è racchiuso proprio in questa rappresentazione».

La cosa più strana che ha visto?

«Ci sono tante situazioni che, con il metro da occidentale, ho ritenuto strane. Nel mezzo della piana di Battambang, ad esempio, sorge una collinetta tipo il nostro Doss Trent, denominata Phnom Sampean. Qui, sulle pareti di quella che loro chiamano “montagna”, stanno realizzando, grazie a un formicaio di scultori e operai, la storia di Buddha. La cosa strana è che attorno pullulano autobus di turisti, ma non si vede – maestranze a parte – un solo cambogiano. Ancora più singolare è che, verso il crepuscolo, in questo luogo dalle spaccature nella roccia escano milioni di pipistrelli, formando un’impressionante nuvola nera. Ma questo è anche il luogo dove avvennero indescrivibili crudeltà. Negli anni 1975-1979, i Khmer Rossi preso il potere, vollero realizzare una società depurata dagli “inquinamenti occidentali” sulla base di un ideologia folle. Fu un genocidio di milioni di persone. Un cumulo di ossa e crani sono la macabra testimonianza di questa triste pagina di storia di cui molti cambogiani preferiscono non parlare. Un’altra esperienza assai bizzarra è stata la visita al mercato, dove si possono comprare varie specie di insetti, vivi oppure già fritti, pronti da mangiare. In Cambogia, infatti, molti mangiano insetti e anche i ristoranti li propongono.»

Insetti a parte, cosa si mangia?

«Ho avuto l’occasione di assaporare alcuni piatti tipici come l’Amok, che è un pesce cotto al vapore in una foglia di banana accompagnato da verdura fresca. Saporitissimo. Poi il Bai Sach Chrouk, maiale alla griglia con riso speziato, marinato nel latte di cocco, aglio e anche qui abbondante verdura fresca che non manca mai. Inoltre ho mangiato pollo fritto accompagnato da varie salse; anche gli spaghetti di riso conditi con salse e germogli di fagiolini freschi, fiori di banana… non sono male. Ma nelle case di molti cambogiani, a causa della povertà, spesso si mangiano anche i cani, le rane e i serpenti, cotti e affettati sulla griglia. Mi si dice che assomiglino alle anguille, ma ben mi sono guardato dall’assaggiarli. Ho molto apprezzato, invece, la birra locale che, si può dire, è la bevanda ufficiale, poiché di acqua ne ho vista ben poca sulle tavole e quando c’era quasi sempre si trattava di acqua minerale.»


Dal punto di vista politico ed economico, che idea si è fatto?

«La Cambogia è una monarchia, governata da un re e da un capo del governo. Esiste un unico partito e la minoranza è stata messa fuorilegge, tanto che il capo della minoranza è fuggito in Francia. La politica è uno dei pochi argomenti, forse l’unico, su cui i cambogiani sono davvero restii a parlare. Ho provato a fare qualche domanda in merito, ma la mia guida, diventata ormai un vero amico, ha tergiversato, concludendo con una frase lapidaria: “Ci sono orecchie che possono ascoltare”. Pur essendo un Paese povero, con un’economia fondata essenzialmente sul comparto agricolo, la Cambogia è in crescita grazie anche alla nascita di nuove industrie e lo sviluppo di grandi infrastrutture viarie e ferroviarie. V’è da dire, purtroppo, che i protagonisti di questa ripresa non sono i cambogiani, bensì aziende e imprenditori cinesi. Il che apre una riflessione su quale potrà essere il futuro. Tuttavia è un Paese che invito tutti a visitare e a scoprire nella sua vera essenza.»


Perché andare in Cambogia?

«Vorrei che tutti riportassero a casa quelle sensazioni che ho provato io e che ora mi aiutano a vedere certe cose che vivo in maniera molto diversa da come altrimenti le affronterei senza questa esperienza. In Cambogia si vedono automobili lussuose sfrecciare in una marea di motorini sovraccarichi di umanità; commercianti ben nutriti e ben vestiti, contadini carichi di figli, consumati dal vivere stentato, infine dei poveri diavoli che per campare rovistano nell’immondizia o si inventano occupazioni di improbabile reddito. Eppure, a dispetto di queste esasperate disparità sociali, tutte le persone sono accomunate dalla gentilezza, ho visto ricchi e miserabili sorridere tutti alla stessa maniera. Un modo di affrontare la vita, con tutte le sue gioie e le immancabili vicissitudini, da cui dovremmo imparare molto».


Chi desiderasse ricevere il libro di Guido Prati “Welcome to Cambodia” può scrivere un e-mail alla nostra redazione (redazione@ilcinque.info) e sarà messo in contatto con l’autore. Il libro è gratuito, ma è gradita una libera offerta che andrà interamente destinata all’acquisto di materiale didattico e scolastico per i bambini bisognosi delle scuole di Battambang, iniziativa che verrà documentata anche attraverso riprese video-fotografiche e resa pubblica sulle pagine de “il Cinque” e attraverso gli altri organi di informazioni.



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