Enrico Lenzi: «Il pronto soccorso del San Lorenzo ha retto molto bene»

Aggiornato il: giu 8





di JOHNNY GADLER


Enrico Lenzi all’interno dell’ospedale San Lorenzo di Borgo Valsugana è capo sala della direzione sanitaria e collabora direttamente con il direttore Pierantonio Scappini. Assieme a lui abbiamo fatto il quadro della situazione.



Enrico Lenzi

Enrico Lenzi, come avete affrontato l’insorgere di questa emergenza presso il San Lorenzo di Borgo?

«Eravamo preparati all’emergenza già all’inizio di marzo, quando presso il nostro Pronto Soccorso abbiamo gestito dei pazienti positivi per Covid-19 trasferendoli poi ad altri ospedali del Trentino che erano stati individuati come ospedali di primo ricovero. In seguito, il 20 marzo, con il forte aumento del numero di pazienti positivi che arrivavano in ospedale, è stata istituita anche a Borgo una prima unità Covid, alla quale venerdì 27 marzo ne è seguita una seconda. Ognuna poteva accogliere fino a 12 pazienti di media gravità, mentre, presso il


blocco operatorio è stata allestita una postazione di gestione più avanzata, con 4 posti di terapia semi-intensiva e intensiva disponibili, quasi sempre utilizzata come servizio ponte per il trasferimento verso le rianimazioni di Trento e di Rovereto. Pazienti, perlopiù, che in un primo tempo non manifestavano un quadro complessivo critico, ma che, con il peggiorare della situazione respiratoria richiedevano un’intubazione delle vie respiratorie e ventilazione meccanica, con gestione in terapia intensiva. Questi pazienti, venivano intubati e assistiti dai nostri anestesisti e dal personale di sala operatoria e trattenuti nel blocco operatorio per il tempo necessario ad ottenere l’assegnazione di un posto letto in terapia intensiva dove venivano trasferiti. La degenza nel nostro blocco operatorio in media è stata di alcune ore, ma abbiamo avuto un caso in cui il trattamento semi intensivo è stato di dodici giorni.»


Che incidenza ha avuto il Covid-19 in Valsugana?

«La Valsugana e il Tesino, rispetto al resto del Trentino, non hanno avuto un alto numero di soggetti positivi per i quali si sia reso necessario il ricovero ospedaliero. Molto più rilevante, invece, l’incidenza del Covid-19 in Alta Valsugana i cui pazienti hanno fatto spesso riferimento al nostro ospedale. Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad una graduale diminuzione dei ricoveri e molti pazienti hanno presentato un netto miglioramento delle condizioni generali e respiratorie, così che è stato possibile avere un buon numero di dimessi che sono riusciti a tornare al proprio domicilio oppure sono stati trasferiti in strutture di cura intermedia prima della dimissione definitiva. Certo, non dimentichiamo – purtroppo – che anche presso il nostro ospedale abbiamo dovuto registrare un certo numero di deceduti a causa del Covid-19, 11 persone ad oggi. Tuttavia i numeri di ricoverati che avevamo raggiunto a fine marzo-inizio aprile si sono progressivamente ridotti, tanto che il 20 aprile scorso siamo riusciti a chiudere una delle due unità Covid. Attualmente quindi stiamo lavorando con una, così come, ovviamente, continua a lavorare il nostro Pronto Soccorso all'individuazione di nuovi casi.»

Proprio il Pronto Soccorso, in alcune realtà italiane, si è rivelato l’anello debole, tanto da rappresentare un potenziale focolaio per pazienti e personale medico. Voi come vi siete organizzati per scongiurare questo pericolo?

«Devo dire che il nostro Pronto Soccorso fin dagli esordi dell’emergenza ha predisposto un triage che va ad indagare una situazione di possibile infezione Covid. Nel primo periodo un contributo importante in questa fase ci è stato fornito dal personale della Croce Rossa della Valsugana, che ringrazio per la disponibilità. Da inizio marzo quando un paziente arriva in Pronto Soccorso, come prima cosa gli viene fatta indossare una mascherina chirurgica e viene indagata l'eventuale presenza di una sindrome influenzale, di uno stato febbrile, di contatti familiari, amicali o lavorativi con persone che abbiano sviluppato una sintomatologia influenzale o addirittura siano positivi al Coronavirus. Segue un accurato esame clinico che prevede la visita della persona, quasi sempre associata ad una radiografia del torace per individuare eventuali lesioni polmonari che, pur senza sintomi apparenti, possono essere presenti – e in alcuni casi abbiamo constatato che era proprio così –, infine viene effettuato un tampone rino-faringeo per escludere o accertare l'infezione da Coronavirus, Covid-19. In tutta questa fase i pazienti sono sempre trattenuti in osservazione in Pronto Soccorso, delle volte anche in numero importante e per molte ore, avendo l'accortezza di mantenere sempre una separazione spaziale tra di loro, al fine di evitare infezioni crociate tra le persone presenti, che potrebbero essere alcune positive al virus ed altre no.

In questi mesi il nostro reparto di medicina, come anche la Psichiatria hanno continuato a lavorare – quindi ad accogliere pazienti che necessitavano di ricovero, ma che non erano positivi – e abbiamo sempre operato con la massima accortezza per preservarli dall’infezione, cosa che fino ad ora è riuscita tanto che non abbiamo avuto alcun paziente che nel corso del ricovero in medicina o psichiatria abbia sviluppato un’infezione da Covid. Questo, come detto, grazie ad una attenta selezione iniziale e alla rigorosa osservanza di indicazioni che ci hanno permesso di raggiungere questo importante obiettivo.»

Grazie a una donazione della Cassa Rurale Valsugana e Tesino avete potuto disporre anche di un ventilatore polmonare meccanico e di due monitor particolari per tenere sotto controllo le condizioni dei pazienti sottoposti a terapie anti Covid-19. Quanto vi sono state utili queste apparecchiature?

«Tantissimo. Dobbiamo ringraziare la Cassa Rurale Valsugana e Tesino che da molti anni si dimostra concretamente vicina non solo al territorio e alle sue associazioni sportive e culturali, ma anche al nostro ospedale e più in generale ai bisogni della comunità. Così quando in autunno ci è stato chiesto quale strumentazione ci potesse essere utile, il direttore del Servizio di Anestesia e Rianimazione, dott.ssa Claudia Vergot, propose l’acquisto di un ventilatore polmonare meccanico per migliorare l’assistenza ai pazienti critici che avessero necessità di assistenza respiratoria, apparecchio utile anche nel caso di un successivo trasporto in terapia intensiva. Ovviamente in quel periodo l’emergenza Covid-19 non era scoppiata nemmeno in Cina, quindi non immaginavamo proprio quanto la nostra indicazione si sarebbe poi rivelata determinante per assistere tanti pazienti affetti da Covid-19. Per noi è stata davvero una grande fortuna ritrovarci in ospedale un apparecchio che è tra i migliori ventilatori meccanici sul mercato, di altissimo livello, con un'interfaccia particolarmente intuitiva e batterie che assicurano un'autonomia di 9 ore, pertanto utilizzabile sia nei trasferimenti in ambulanza che in elicottero o in evenienze di assenza di corrente elettrica.

A seguito di questa importante donazione, arrivata a dicembre 2019, nel mese di gennaio 2020 abbiamo avviato anche tre corsi di formazione specifica che hanno coinvolto un importante numero di nostri operatori, sia medici sia infermieristici, così quando a fine febbraio è scoppiata l’emergenza, non solo avevamo il top dei ventilatori, ma anche il personale adeguatamente preparato per utilizzarlo al meglio sul paziente, nonché tutto il materiale di utilizzo monouso (maschere, filtri e quant’altro) che avevamo già acquistato prima che lo scoppio della pandemia determinasse gravi difficoltà nel reperimento sul mercato di questi presidi e strumentazione. In questi giorni la consegna dei monitor multiparametrici donati dalla Cassa Rurale Valsugana e Tesino in collaborazione con le associazioni del territorio e che oltre a migliorare l'assistenza di pazienti con infezione da coronavirus potranno essere utili anche in molte altre patologie.»


Un momento della formazione per l'utilizzo del ventilatore meccanico donato dalla Cassa Rurale Valsugana e Tesino

Dalla Cassa Rurale Valsugana e Tesino avete ricevuto in dono anche sette pompe ad infusione, per la somministrazione endovenosa di farmaci, soluzioni, liquidi, sia in terapia intensiva come in sala operatoria e altro materiale ancora...

«Appena scoppiata l’emergenza Coronavirus, la Cassa Rurale si è subito messa a disposizione chiedendoci che cosa servisse a supporto della nostra attività. Le pompe erano un’altra attrezzatura fondamentale per la gestione dei pazienti critici e ogni giorno che passava appariva sempre più difficile reperirle sul mercato vista l’altissima richiesta da parte di tutti gli ospedali sia in Italia che in Europa. Con i normali tempi tecnici richiesti ad una pubblica amministrazione non ce l’avremmo mai fatta ad averle in un così breve periodo, mentre grazie alla Cassa Rurale Valsugana e Tesino, che le ha acquistate direttamente non appena ricevuto il preventivo, le sette pompe ci sono arrivate, pronte all’uso, nel giro di qualche giorno.»

Per quanto riguarda i dispositivi di protezione individuale da mettere a disposizione del vostro personale, invece, avete avuto qualche difficoltà? In Tv, purtroppo, abbiamo visto operatori sanitari entrare nelle aree dei pazienti infetti protetti addirittura dai sacchi della spazzatura…

«Per nostra fortuna da noi non è successo nulla di tutto ciò. Certo, nella fase iniziale i DPI erano sicuramente contati e da usare con estremo giudizio senza spreco alcuno, ma non ci sono mai mancati. Ad un certo punto, semmai, ci sono arrivate forniture che non presentavano tutti quegli elevati standard produttivi cui eravamo abituati – come ad esempio la certificazione apposta su ogni singola confezione – ma abbiamo sempre potuto fornire ai nostri operatori dispositivi adeguati, secondo quelle che sono state via via le linee guida di utilizzo emanate dalle autorità sanitarie. Ora posso dire che gli standard qualitativi sono ritornati ai livelli iniziali. Certo, purtroppo non sono mancati nemmeno da noi alcuni casi di infezione tra il personale, anche se ciò si è verificato fuori dalle Covid unit, nella primissima fase, allorché le indicazioni che ci arrivavano prevedevano l'uso di attenzioni, quali il distanziamento sociale e l'uso della mascherina chirurgica, solamente verso i pazienti. Ricordo che a fine febbraio e nei primi giorni di marzo le indicazioni erano di ricercare i casi sospetti nelle persone che potessero aver avuto contatti con chi proveniva dalla Cina, quindi anche l’allerta e l’attenzione fra i nostri operatori non era così elevata proprio perché di questo virus ancora si sapeva poco o niente e mancavano indicazioni precise in merito all’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Successivamente si è capito che qualsiasi persona può essere fonte di infezione. Avendo chiaro questo, applicando le norme di igiene e utilizzando correttamente i dispositivi di protezione individuale non abbiamo avuto nuovi casi di infezione tra il personale, né è risultato che pazienti negativi all’ingresso in ospedale abbiano poi contratto l'infezione durante il ricovero o la permanenza nell’area del pronto soccorso.»


È il caso, quindi, di formulare un pubblico elogio a tutto il personale medico, paramedico e infermieristico che in queste settimane ha operato in condizioni di oggettiva criticità e grande pressione presso il San Lorenzo...

«Senza ombra di dubbio. Sicuramente abbiamo avuto del personale che si è dedicato con grande professionalità ai pazienti non solo dal punto di vista assistenziale e terapeutico, ma anche sotto il profilo morale ed umano. I primi giorni per tutti noi sono stati terribili. All’inizio doversi vestire nel modo che tutti ormai conoscono, per entrare in area o reparto Covid – operazione lunga, delicata e pesante, ancor più nel momento della svestizione quando è più facile contaminarsi – era davvero dura, si dovevano affrontare le proprie paure, la consapevolezza che a fine turno si ritornava in famiglia con un carico importante di stanchezza, di tristezza per alcune situazioni, ma soprattutto con la preoccupazione che qualcosa poteva essere sfuggito e ci si era contaminati mettendo così in pericolo la salute dei propri cari. Ciò nonostante, non vi è mai stata tra il personale una protesta, un momento di insofferenza, nemmeno tra coloro che di punto in bianco si sono trovati a lavorare in area Covid non avendo nessuna esperienza professionale di reparti infettivi. Tutti gli operatori hanno collaborato al massimo delle proprie forze e capacità, con grande coraggio e determinazione nell’affrontare un nemico invisibile e sconosciuto. Penso che anche i pazienti e i loro famigliari, dall’altra parte, abbiamo percepito appieno ed apprezzato questa compattezza, unità d’intenti e dedizione che ci ha permesso di limitare il più possibile i danni e di assistere nel miglior modo possibile quanti sono giunti nel nostro ospedale. Purtroppo non è ancora finita, ma noi ci siamo e faremo il massimo come è stato dal primo giorno fino ad ora.»


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