Commosso ricordo del maestro Ezio Bosso nelle parole e nelle foto di Bruno Lucchi



Ciao Ezio.

Oggi non riesco a lavorare, anche se di solito è la mia valvola di sfogo, oggi proprio non riesco. La notizia, trasmessa da tutti i media e social, mi è piombata addosso come un macigno. Enorme. «l maestro Ezio Bosso non è più con noi». No, non è vero: Ezio sarà per sempre tra noi, con chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e con chi incontrerà le sue parole e la sua musica in futuro.

Non mi vergogno del groppo in gola e delle lacrime che oggi fanno capolino, so di essere in buona e numerosa compagnia.

Pensieri, molti. Un solo rammarico. Quello di non essere riuscito a consegnargli il fotolibro con le immagini del concerto dello Stabat Mater, nel maggio dello scorso anno nella chiesa di San Fortunato a Todi.

Diverse foto, molte delle quali mai pubblicate, conservate nel cassetto nella segreta speranza che le avrebbe potute utilizzare per la copertina di qualche suo CD o manifesto.


Da qualche mese, in previsione di altri incontri musicali-fotografici con Ezio e la “sua” Europe Philarmonic Orchestra, ho cambiato il corpo macchina ormai superato, con il nuovo della Nikon Z6, mirrorless full-frame.

La sua funzione “scatto silenziato” mi avrebbe permesso di avvicinarmi senza recare alcun disturbo all'esibizione, con il “click” dell'otturatore. Tante le volte che Ezio, garbatamente, mi ha giustamente ripreso.

Spesso, i miei pensieri, li metto per scritto. A volte diventano “cartoline” come  questa che presento oggi. L'ho scritta l'anno scorso dopo le prove aperte ed il concerto di Ezio al Conservatorio di Milano. Rileggendola ho trovato termini come "virus" e "contagio" che, al di là del racconto, fanno riflettere.

Ci sono dei virus, che quando ti colpiscono non te ne liberi più.

Confesso, anch’io sono stato contagiato, ormai più di sei anni fa.

La causa: un CD, regalatomi da due cari amici.

Nome dell'agente patogeno: Ezio Bosso.

Effetti collaterali: la dipendenza.

Unico sollievo: la musica. La “sua” Musica.

Più volte avevo ascoltato quel CD in studio, mentre lavoravo.

Come sempre succede, l'attenzione si perde e scivola alla scultura o al disegno che sto realizzando.

Spesso, mentre lavoro, rimetto come sottofondo lo stesso CD per più giorni.

Lo ammetto: sento ma non ascolto, è compagnia lontana.

Quel giorno dovevo recarmi in Francia per lavoro. Raccolgo in fretta e a caso qualche CD da ascoltare durante il viaggio.

E vero; l’attenzione alla guida, i rumori della vettura, non aiutano certo ad un buon ascolto ma, nonostante ciò, rimango contagiato, sin dalle prime note, da quella Musica. Ancora in viaggio, sento il desiderio di ringraziare i miei amici del prezioso dono. Mi consolo, anche loro mi comunicano il loro bollettino medico: virus non curabile, nessun vaccino sul mercato, nessuna cura possibile. Solo una felice dipendenza cronica.

Qualche tempo dopo ricevo un invito speciale.

Un biglietto: colorato, la grafica curata.

Una frase: “In ogni singola nota c'è una vita intera”. (Ezio Bosso)

Una data: 25 maggio 2014. Trent'anni insieme.

Un luogo: Almenno San Salvatore. Chiesa romanica di San Giorgio.

Il cartoncino si apre a fisarmonica: cinque foto in bianco e nero col sorriso di Ezio.

I miei cari amici hanno pensato di regalarsi e regalare agli amici un concerto di Ezio Bosso. Esperienza memorabile che ovviamente ha aggravato e resa incurabile la mia patologia di dipendenza.

Al mattino le prove. Ezio al pianoforte, Giacomo Agazzini al violino, la moglie Claudia Ravetto al violoncello ed un fotografo ufficiale, io Bruno Lucchi. Una delle poche volte che non sono stato ripreso da Ezio, sempre per l'amato e  fastidioso click dello scatto di cui sopra.

Un'esperienza inenarrabile. Al termine standing ovation con lacrime, emozioni e abbracci.


Per concludere mi piace riprendere la stessa parola con cui, tu, Ezio iniziavi i tuoi concerti.

“Ciao!”

"Ci vediamo quando ci vediamo”. Il tuo saluto a fine concerto.

Sì perché, nonostante tutto, ci rivedremo ogni volta che sentirò la Musica che amavi, quella che tu chiamavi “Musica libera”. Di tutti.

Ciao Ezio.

Grazie.


Bruno Lucchi




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