Il paziente zero? Non esiste, fu solo un errore...

Aggiornato il: mag 5




Dalla mattina alla sera, nei giornali online o cartacei, in tv, alla radio, siamo bombardati di commenti e parole sul Coronavirus, tra cui l'espressione “paziente 0”, usata generalmente per indicare la persona da cui sarebbe partito il contagio, mentre si chiama “caso indice” il soggetto nel quale è stata documentata per la prima volta una malattia in un campione di individui oggetto di indagine epidemiologica. Per chi si occupa di malattie infettive e salute pubblica, dare un nome e cognome al paziente 0 significa poter risalire ai contatti che ha intrattenuto durante il periodo di incubazione, alle persone che potrebbero aver contratto e a loro volta trasmesso la malattia. La definizione è intuibile anche da chi non mastica quotidianamente il glossario di medici e infettivologi e, in effetti, il termine scientifico “index case” non è altrettanto suggestivo e immediato.


Il rischio dell'espressione più colloquiale è però di dare l'immagine dell'“untore” spesso associata a epidemie e contagi. Eppure, come spiega Gilberto Corbellini, direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali, patrimonio culturale (Dsu) del Cnr e ordinario di Storia della medicina presso l'Università Sapienza di Roma, che al tema ha dedicato un articolo sull'inserto domenicale del Sole 24 ore: «Paziente 0 nasceva da un refuso perché...




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