Il Museo degli Usi e Costumi di San Michele e il suo fondatore


Giuseppe Sebesta al telaio nel Museo degli Usi e Costumi di San Michele all'Adige

Nelle scorse settimane ha fatto tappa anche in Valsugana la presentazione del volume “Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina. I primi cinquant’anni 1968-2018” curato da Giovanni Kezich che del Museo di San Michele all’Adige ne è direttore da quasi trent’anni.


di Johnny Gadler


A FONDARE IL MUSEO degli Usi e Costumi della Gente Trentina fu Giuseppe Šebesta, uno dei padri della moderna museografia etnografica italiana anche se la sua fama – forse per via di un carattere assai schivo e per nulla facile – non travalicò mai del tutto i confini della cerchia degli addetti ai lavori, tanto che probabilmente molti trentini ne ignorano totalmente il nome.

La copertina del libro per i 50 anni del Museo degli Usi e Costumi di San Michele all'Adige

SCORRENDO la biografia di Šebesta ne traspare una figura alquanto poliedrica,poiché egli fu, fra le varie cose, etnografo e saggista, documentarista e regista, pittore e narratore, creatore di pupi animati e sperimentatore scientifico, oltre a essere stato ideatore e fondatore del Museo di San Michele, aver contribuito in maniera decisiva alla creazione del Museo degli Usi e Costumi della Gente di Romagna di Santarcangelo (1971) e del Museo etnografico degli Zattieri del Piave di Codissago di Castellavazzo (2001).


GIUSEPPE ŠEBESTA nacque a Trento il 24 luglio 1919 da famiglia benestante e colta. Tale condizione di agiatezza gli consentì di compiere – fin da tenerissima età – una lunga serie di viaggi attraverso le vallate trentine, nonché in vari Paesi europei. In particolar modo i lunghi soggiorni estivi in Cecoslovacchia presso il nonno paterno, proprietario nell’area di Cesco-Budeiovice di un’azienda agricola e di una fabbrica di macchinari per l’agricoltura, costituirono un’ineguagliabile esperienza per comprendere nelle più recondite sfumature le peculiarità etnografiche delle popolazioni dell’Est europeo.

Šebesta già dal 1925 cominciò ad annotare – per ogni nuova realtà culturale con la quale entrava in contatto – usi, costumi, modalità, tempi e mezzi di produzione, suddividendo poi tutto il materiale raccolto per tematiche.


GLI STUDI LICEALI improntati a una formazione classica dischiusero a Šebesta la civiltà latina con le sue conquiste tecnologiche e le relative implicazioni mitologiche, problematiche che – attraverso una sistematica lettura delle opere dei sommi poeti e degli storici antichi – il giovane studente comprese appieno e rielaborò in maniera originale, specialmente per quanto concerne i temi connessi alle attività agricole.


ŠEBESTA IN TAL MODO, comparando diacronicamente le sue schede di viaggio con quanto avevano rilevato secoli addietro gli scrittori latini e compiendo un’operazione analoga sincronicamente fra ciò che egli stesso aveva potuto osservare in diverse aree d’Europa, andò costituendo un archivio etnografico che, per mole ma soprattutto per ampiezza di vedute, poteva definirsi davvero unico.


NEL 1939 SI ISCRISSE alla facoltà di Chimica dell’Università di Pavia, scelta dettata, più che da reale vocazione, da esigenze familiari, che avrebbero poi voluto il neolaureato impegnato nell’industria di ceramiche creata nel frattempo dalla famiglia a Brno.

Gli anni dell’università furono caratterizzati da un notevole impegno in campo cinematografico, soprattutto nella produzione di documentari e filmanti di animazione.


DURANTE IL SECONDO conflitto mondiale Šebesta diresse i laboratori della Kofler di Rovereto, compiendo importanti studi sulla metallurgia. In seguito si trovò a operare in Val di Fiemme presso la fabbrica Ducati di Cavalese. Qui entrò in stretto contatto con Adriano Ducati, già allievo di Guglielmo Marconi.

Intuite le notevoli potenzialità di Šebesta, Ducati lo volle nel proprio centro sperimentale di Milano.


MA DOPO SOLI TRE anni, nel 1949, Šebesta interruppe bruscamente il soggiorno milanese per ritirarsi nella Valle dei Mòcheni. In tale contesto poté riprendere i propri studi a carattere antropologico ed etnografico, ricostruendo la storia delle attività minerarie di quei luoghi e documentando, anche attraverso nastri magnetici, le numerose leggende della Valle.

Da quell’intenso lavoro scaturì una lunga serie di pubblicazioni.


NEL 1951 ŠEBESTA lasciò il proprio ritiro per immergersi nuovamente nella vita metropolitana. A Roma riprese l’attività di regista impegnandosi soprattutto nell’ideazione e nella realizzazione di documentari a carattere scientifico e, più specificatamente, etnografico. Ciò gli permise di programmare una lunga serie di viaggi che lo portarono ad attraversare, in molte occasioni addirittura a piedi, tutta l’Europa dell’Est, l’Asia Minore e la Scandinavia, sulle tracce dei percorsi di propagazione degli oggetti con l’intento dichiarato di individuare la via di diffusione della zappa, dell’aratro, dell’ambra, dei mulini e così via. I risultati di tali ricerche vennero quindi presentati, ottenendo ampi riconoscimenti, in occasione di vari festival cinematografici a Kork, Edimburgo, Buenos Aires, Mosca, Venezia...


IL VENERDÌ SANTO dell’anno 1965 Giuseppe Šebesta, trovandosi in visita al Museo di Scienze Naturali di Trento, espresse, ad una occasionale interlocutrice, il rammarico per il fatto che, fino a quel momento, il Trentino non avesse ancora istituito un museo di etnografia, nonostante il patrimonio etnografico di cui la provincia disponeva fosse ragguardevole, anche perché gli avvenimenti della seconda guerra mondiale qui avevano inciso – a differenza di altri luoghi – in maniera non così rilevante. Tali parole vennero casualmente raccolte dal Presidente della Provincia autonoma di Trento, Bruno Kessler, il quale, affascinato dall’ipotesi di un museo etnografico trentino, invitò Šebesta per un colloquio più approfondito.


L'INCONTRO PRODUSSE una sinergia il cui effetto immediato si manifestò nella costituzione di un Comitato etnografico specificatamente preposto alla ricerca e alla raccolta del materiale. Il processo di rinvenimento dei reperti si svolse in tempi talmente rapidi che nel 1968 già si inaugurò il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina – definitivamente istituzionalizzato con una Legge provinciale nel 1972 – di cui Šebesta avrebbe ricoperto la carica di direttore fino al 1984.

«Ho creato la cassaforte dei trentini, la carta d’identità dei loro valori» dichiarò Giuseppe Šebesta dando vita al più importante museo etnografico italiano di ambito regionale.

NEL 1972 IL COMUNE di Santarcangelo di Romagna affidò a Šebesta l’incarico di progettare e allestire il Museo degli Usi e Costumi della Gente di Romagna, che fu aperto nel 1981. A San Michele all’Adige e a Santarcangelo di Romagna Šebesta realizzò due delle istituzioni etnografiche più importanti e innovative d’Italia. Egli inoltre progettò una decina di musei, pubblicò una gran mole di scritti etnografici.

Eppure, nonostante ciò, la sua figura nella comunità degli antropologi e degli etnologi italiani apparve quasi marginale, di certo atipica.


SE ŠEBESTA NON RACCOLSE quei riconoscimenti che senza dubbio avrebbe meritato, lo si deve forse al fatto che i suoi scritti mai assunsero carattere dottrinale, configurandosi piuttosto quali proposte strutturali per chi abbia in animo l’allestimento di un museo etnografico.

Egli, infatti, anche trovandosi ad illustrare la propria metodologia, rimase sempre strettamente ancorato a situazioni ben specifiche, scaturite non dalla mera astrazione, ma dall’empirica ricerca sul campo.


PERTANTO SI PUÒ affermare che l’euristica di Šebesta apparve improntata innanzitutto ad un lucido pragmatismo, come testimonia un gustoso aneddoto.

A Santarcangelo di Romagna, non appena si individuò nell’ex macello cittadino la sede per il costituendo museo, il Comitato etnografico si trovò ad un certo momento a dover presentare all’amministrazione comunale un progetto con in cui illustrare, a grandi linee, le soluzioni espositive che si intendevano porre in atto.


UN GIORNO – in un incontro informale nel retrobottega della stamperia di Alfonso Marchi – alcuni componenti del Comitato stavano valutando le proposte da formulare al Consiglio comunale. A un dato momento Šebesta, un po’ contrariato dal fatto che la discussione sembrava incanalata su un binario morto, si fece portare da Marchi, tra lo stupore generale, quattro scatole da scarpe e un bidone.

Pose il bidone al centro del banco di lavoro, tolse i coperchi alle scatole, le aprì su di un lato e le dispose attorno al bidone fino a ottenere due bracci simmetrici e contrapposti, ricreando in tal modo la forma del macello comunale. Con un pennarello abbozzò quindi una suddivisione delle sale, un ipotetico percorso e infine sbottò: «Signori, non occorre fare proprio niente. Il museo c’è già. È tutto qui!».

Giuseppe Šebesta morì il 9 marzo 2005 a Fondo.

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