Il direttore Scappini: «Sono orgoglioso dell'Ospedale San Lorenzo e dei Valsuganotti»

Aggiornato il: 8 giu 2020





di JOHNNY GADLER


In questo lungo periodo di emergenza sanitaria, l’Ospedale San Lorenzo di Borgo Valsugana si sta rivelando un importante baluardo nel contenere e contrastare la diffusione dell’epidemia di Covid-19. Abbiamo intervistato, per fare il punto sulla situazione, il Direttore dott. Pierantonio Scappini che ringrazia il proprio personale per la professionalità dimostrata, i Valsuganotti per la collaborazione, la Cassa Rurale Valsugana e Tesino nonché tutti coloro i quali hanno contribuito con delle donazioni a sostegno della struttura...

Il Direttore del S. Lorenzo, dott. Pierantonio Scappini


Dott. Scappini, Lei dirige gli ospedali di Borgo Valsugana e di Cavalese, situati in due valli del Trentino Orientale. Quali differenze ha riscontrato nella diffusione dell’epidemia Covid-19 tra le due realtà?

«È ormai un dato consolidato che tra i due territori vi siano state delle grandi differenze. È innegabile che l’ospedale di Cavalese abbia patito una pressione di ricoveri molto più elevata – quasi il doppio – rispetto a quanto si è registrato all’ospedale San Lorenzo di Borgo Valsugana. Nella settimana prima di Pasqua a Borgo i pazienti ricoverati erano circa 22-24, numero certamente importante, ma molto inferiore ai 32-34 pazienti che a Cavalese occupavano l’intero piano dedicato al Covid-19. Anche a livello di andamento territoriale, nelle Valli di Fiemme e Fassa i soggetti risultati positivi sono stati significativamente più numerosi rispetto ai casi di positività riscontrati in Bassa Valsugana e Tesino.»

Come si spiega questa difformità di dati. Ha forse inciso il fatto che in questa stagione le Valli di Fiemme e Fassa sono prese d’assalto dai turisti, mentre per la Bassa Valsugana si tratta di una stagione considerata “morta” dal punto di vista turistico?

«Questa considerazione è stata fin da subito fatta in linea generale e credo che al momento sia anche l’unica spiegazione plausibile che possiamo darci.»


Presso l’ospedale di Borgo durante questa emergenza vi state avvalendo anche dell’attrezzatura donata dalla Cassa Rurale Valsugana e Tesino, ci riferiamo in particolare al ventilatore polmonare meccanico e alle pompe ad infusione...

«Indubbiamente le attrezzature e le strumentazioni donateci dalla Cassa Rurale Valsugana e Tesino hanno dato e tutt'ora continuano a fornire, un notevole aiuto nel nostro lavoro, tanto che i pazienti con problemi di insufficienza respiratoria, in molti casi hanno potuto superare le fasi critiche grazie al sostegno di queste apparecchiature. Non vorrei però fossero dimenticate tutta una serie di altre elargizioni minori, perché è comprensibile l’entusiasmo per la donazione di una attrezzatura costosa, ma vi è anche una miriade di piccole cose che ci hanno fornito un aiuto altrettanto apprezzabile. Ad esempio le semplici apparecchiature per la sanificazione ambientale delle ambulanze, altra donazione ricevuta, sono uno strumento utile per ripristinare gli abitacoli dopo il trasporto di un paziente Covid-19 o sospetto positivo. Donazioni che magari fanno meno clamore nell’opinione pubblica, ma che da noi sono state altrettanto gradite e sono state utili nello svolgimento delle nostre attività. Per non parlare poi di quanto fatto pervenire da aziende grandi e piccole sotto forma di generi di conforto che hanno giovato molto al morale generale».

In questa emergenza del Covid-19 l’ospedale di Borgo si è dimostrato non solo all’altezza della situazione – tant’è vero che qui non si sono generati quei focolai, anche fra il personale oltre che fra i pazienti, registratisi in altre zone d’Italia – ma anche per il fatto di aver accolto pazienti provenienti non solo da Borgo e comuni limitrofi, ma anche dall’Alta Valsugana. Eppure da anni gli ospedali di valle si trovano a fronteggiare ridimensionamenti nel nome della razionalizzazione delle risorse e del contenimento dei costi. Lei che ne pensa?

«Direi che l’epidemia Covid-19 ha messo in evidenza la necessità di una serie di strutture che funzionino a pieno regime e che siano in grado di offrire risposte essenziali anche nelle valli. È chiaro che queste strutture, per evidenti ragioni di costi e di sostenibilità, non possiamo pensarle come un ospedale completo, dotato di tutte quelle prestazioni specialistiche che ogni piccola comunità auspicherebbe. Tuttavia è anche vero che il Trentino, per la conformazione orografica del suo territorio, necessiti di questi presidi, benché spesso non sia solo un problema di strutture, ma pure di medici e di personale, che si fa comunque fatica a trovare, a prescindere dai finanziamenti e dalla volontà di fare investimenti. Forse, dopo questa emergenza, bisognerà ripensare qualche modello organizzativo, magari occorrerà sviluppare meglio le dinamiche di raccordo fra il centro e la periferia, tra il cosiddetto ospedale hub, cioè il centro di eccellenza regionale di alta specializzazione e gli ospedali del territorio (spoke) dai quali vengono inviati i pazienti. Comunque sia, a mio modo di vedere, c’è una soglia sotto la quale l’ospedale di valle non può scendere, non solo in termini di dotazione tecnico-ambientale, ma anche professionale. Comprendo che talvolta mantenere queste strutture possa apparire tendenzialmente antieconomico in certi momenti, però, alla prova dei fatti, se non ci fossero, se non ci fosse un margine, quando arriva l’ondata di piena, come sta capitando ora, il rischio è che non si riesca a far fronte alla situazione. Del resto l’impianto organizzativo del nuovo ospedale del Trentino, per quanto è dato sapere, non può prescindere comunque da un sistema di ospedali e di strutture satelliti, in grado di fare da argine rispetto al flusso verso l’ospedale centrale che certamente sarà quello specialistico, maggiormente strutturato e attrezzato, senza per questo togliere valore e importanza alle strutture di valle.»


Quale tipo di interventi auspica a favore delle strutture che Lei dirige?

«Come per i dati sul Covid-19, bisogna nettamente distinguere le due realtà. Per quanto concerne l’ospedale San Lorenzo di Borgo Valsugana, infatti, c’è già una strada segnata che prevede una importante ristrutturazione con un corpo aggiuntivo rispetto alla struttura storica, con il rinnovamento delle sale operatorie, l’integrazione della dialisi con la struttura ospedaliera, la revisione anche delle degenze, migliorando il comfort alberghiero con stanze a due letti con bagno. Si tratta di una ristrutturazione già prevista che doveva partire proprio in questo periodo; poi, purtroppo, la situazione emergenziale, scatenata dall’epidemia Covid-19, ha bloccato tutto, ma si tratta soltanto di tempo. Il mio auspicio è che, oltre a questi interventi sulla struttura, si sviluppino di più i collegamenti con l’ospedale del capoluogo, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di ricevere dall’ospedale Santa Chiara di Trento professionisti che possano sfruttare al massimo le potenzialità dell’ospedale San Lorenzo per offrire risposte territoriali non solo a Borgo ma anche allargate e ai paesi confinanti.»


Per quanto riguarda l’ospedale di Cavalese, invece?

«Lì la questione si fa drammaticamente diversa, perché tutte le prospettive di sviluppo sono per ora rimaste sulla carta e bisognerebbe individuare una modalità per rendere operativi e attuali i discorsi su un nuovo ospedale. Perché Cavalese, oltre ai problemi di riorganizzazione, data la vetustà dell’edificio, presenta indubbiamente la necessità di interventi importanti dal punto di vista strutturale, per realizzare spazi e una logistica completamente diversi. Problemi ormai assodati che l’emergenza Covid-19 ha evidenziato ancora di più e non so come si potrà andare avanti, perché la situazione è piuttosto seria.»


Differenze strutturali e logistiche a parte, come si è comportato il personale che Lei dirige nei due ospedali?

«In maniera semplicemente encomiabile. Ho trovato da parte di tutto il personale, sia medici che infermieri e personale di supporto, una collaborazione eccezionale e una disponibilità assoluta, pur nelle difficoltà di un’emergenza mai vista prima e nella necessità di compiere scelte importanti in maniera estemporanea. Perché questa epidemia non ci ha dato modo di dar vita a una lunga programmazione: nel giro di nemmeno una settimana ci siamo ritrovati a stravolgere completamente l’assetto dell’ospedale, a cambiare i turni e le modalità di lavoro. Tutto ciò è stato reso possibile, peraltro con ottimi risultati, solo grazie alla incondizionata disponibilità, nonché alla grande professionalità del personale che, senza battere ciglio, si è trovato in prima linea a dover mettere in campo azioni e comportamenti non usuali, di fronte a un nemico si può dire quasi del tutto sconosciuto.»


I pazienti, i loro famigliari, la popolazione valsuganotta in genere, come hanno reagito di fronte a questa epidemia così improvvisa e così devastante sotto tutti i punti di vista, medico, psichico, economico...

«Devo dire che anche la popolazione si sta comportando in maniera encomiabile in questo evento così traumatico. Non ho riscontrato alcun tipo di difficoltà o di tensione con gli utenti. La gente ha capito il momento e si sta adeguando in maniera coscienziosa anche nel rapporto con le persone e con la struttura, facendoci sentire la sua vicinanza. I bambini ci inviano i loro disegni, dei ristoratori ci hanno mandato gratuitamente le pizze, a Pasqua sono arrivate colombe e confetti. Sono gesti che normalmente non ci cambierebbero la vita, ma in questa situazione così eccezionale li apprezziamo davvero tanto, perché ci fanno sentire importanti e, soprattutto, meno soli dentro gli “scafandri” che ci dividono dalla vita normale.»


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