Gianfranco Gramola. Il trentino cacciatore gentile di Vip
- il Cinque

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di Johnny Gadler
Al suo attivo vanta oltre 1200 interviste a personaggi famosi (attori, sportivi, politici, cantanti, conduttori Tv), ma non è un giornalista. È stato insignito dell’Oscar Capitolino per il suo grande amore per Roma, anche se non è romano, bensì trentino DOC. Stiamo parlando di Gianfranco Gramola, che con le sue “interviste romane” (e non solo) è salito agli onori delle cronache nazionali...
Signor Gramola, con 1220 interviste all’attivo, di mestiere fa per caso il giornalista?
«Assolultamente no. Ora sono pensionato, ma per tutta la vita ho fatto il commesso, prima a Mezzolombardo, poi ad Andalo, in un negozio di alimentari. In pratica il droghiere».
Scusi, ma che c’azzecca coi Vip?
«Niente, ma era un lavoro a diretto contatto con la gente e questo aspetto, dato che sono sempre stato piuttosto timido, sicuramente mi ha aiutato molto a capire le persone, rendendo poi possibile il mio hobby, ossia quello di realizzare interviste a personaggi famosi».
Com’è iniziato questo hobby?
«Per puro caso, quando da giovane mi mandarono a svolgere il servizio militare a Bracciano, vicino a Roma. Era il 15 marzo 1978. Non ero mai uscito dal Trentino, se non per la colonia estiva a Cesenatico, ed ero un po’ spaventato. Anche perché il giorno dopo rapirono l’onorevole Aldo Moro e in caserma c’era tensione. Dicevano che ci avrebbero mandati a fare i posti di blocco, ma poi mi ritrovai a fare la guardia al Quirinale. Con Roma fu un colpo di fulmine. Tanto più che nella capitale abitava una mia zia paterna, nonesa di Denno. Così con la scusa di andare a trovare la zia cominciai a fare il pieno di romanità. Un giorno in un’edicola scoprii il Rugantino, un periodico satirico in dialetto romanesco. Mi proposi per collaborare gratuitamente, prima con articoli su curiosità romane e poi con interviste a personaggi dello spettacolo in una rubrica chiamata “A tu per tu”. La prima intervista che realizzai fu con Mario Verdone, papà di Carlo, esperto di cinema. Da lì non ho mai smesso».

Che tipo di interviste sono?
«Tantissime le ho fatte per telefono, molte attraverso la posta elettronica, alcune via fax e altre dal vivo. Sono domande un po’ schematiche che riguardano il rapporto dei Vip con Roma, poi alcune domande biografiche e professionali, il tutto condito da alcune curiosità. Ma niente di polemico o scandalistico. Ricordo che Gina Lollobrigida mi fece i complimenti proprio perché le avevo fatto domande esclusivamente inerenti alla sua carriera, mentre gli altri giornalisti le chiedevano sempre del matrimonio con lo spagnolo Francisco Javier Rigau Rafols, o della lite con il figlio per l’eredità».
Come fa a trovare questi Vip?
«Oggi con i social è relativamente semplice, ma all’epoca si trattava di un vero e proprio lavoro investigativo. Spulciavo gli elenchi telefonici, dove molti Vip erano presenti con il loro nome di battesimo, oppure per trovare qualche indizio analizzavo tutto ciò che pubblicavano le riviste di gossip. Un giorno, ad esempio, lessi un servizio su Leonardo Pieraccioni che era appena diventato famosissimo con il film “Il ciclone”. Mi accorsi che nella foto pubblicata sul giornale si leggeva il numero civico del residence in cui alloggiava in quel periodo. Così non mi fu difficile individuare la struttura. Il portinaio mi consigliò di inviare un fax, che lui poi avrebbe provveduto a recapitare nella cassetta delle lettere del regista. Con mia grande meraviglia, la sera stessa Pieraccioni mi chiamò. Ricordo ancora la sua battuta. Alla mia domanda “Un tuo sogno nel cassetto?” lui mi rispose: "Abolire tutto il traffico di Roma e dirottarlo su Perugia. Però quelli di Perugia si incazzerebbero molto”. Ovviamente non tutte le ciambelle escono col buco. Anche quando l’incontro sembra tra i più semplici, può accadere qualche inconveniente. Con Morena Rosini, cantante ex Milk and Cooffe, ad esempio, eravamo d’accordo di trovarci dopo 5 minuti al bar all’angolo sotto casa sua. Solo che all’incrocio c’erano ben quattro bar. Fu tutto un rincorrersi. Dentro e fuori da un bar all’altro».
Ha mai sfruttato un gancio?

«Certo, parenti e amici sono le persone più indicate per raggiungere lo scopo. Con il regista teatrale Pietro Garinei mi presentai al Sistina senza preavviso. Lui era piuttosto scontroso e mi disse che era impegnato. Così usai la mia amicizia con un altro grande regista romano, Luigi Magni. L’espediente funzionò e Garinei a poco poco si sciolse, parlando di teatro e anche di Roma. Questo però è un escamotage che non amo molto. Per dire, sono molto amico del regista Enrico Vanzina e con lui avrei gioco facile a farmi aprire tante porte. Ma mi sembrerebbe di ricorrere a una raccomandazione. Le interviste più belle sono quelle guadagnate sul campo, sudate con tutte le mie forze. Ma ci vuole tanta perseveranza e pazienza».
L’amicizia con Vanzina?
«È nata molti anni fa, quando scriveva per il Messaggero. Gli mandai un messaggio in redazione, lui mi chiamò e da lì nacque un’amicizia che continua. Quando vado a Roma, pur avendo mille impegni, trova sempre un’ora per me».
L’incontro più bello?

«Forse quello con Gigi Proietti. Mi accolse a casa sua in ciabatte e fu di un’affabilità, bontà e disponibilità senza pari. Anche Nino Manfredi, quando mi presentai a casa sua senza appuntamento, fu molto gentile. All’epoca lui faceva la réclame di un caffè, con uno slogan famosissimo: “Più lo mandi giù, più ti tira su”. Suonai al portone di casa sua e gli dissi: "Sono venuto a bere un caffè da lei”. Scoppiò a ridere e con lui feci una bellissima intervista».
Altri aneddoti?
«Un giorno un giornalista mi passò il numero di Alberto Sordi. Lo chiamai e mi disse: “No! Adesso non è possibile fare l’intervista. Vado a Fregene a mangiare il cocomero. Però se mi telefoni verso le 8 di stasera, possiamo farla”. E così fu. Pippo Baudo, invece, dopo averlo inseguito in vari modi lo trovai seduto al bar sotto casa sua. Così come il conduttore Tv Michele Mirabella, che intervistai in un mercatino di antichità, oppure il comico Gabriele Cirilli, che mi fece passare mezza giornata d’allegria, con tutto il gruppo di Zelig, Michelle Hunziker e Claudio Bisio compresi. Emozionante fu l'intervista all'attrice francese Brigitte Bardot, e quella alla cantante israeliana Noa, una delle più importanti ambasciatrici della pace nel mondo. E poi ricordo con molto piacere anche l'intervista al senatore Giulio Andreotti e quella con la Sora Lella, nel suo ristorante sull'Isola Tiberina, davanti a un bel piatto di bucatini. Ma ce ne sarebbero tantissime da citare, praticamente tutte».

Chi l’ha lasciata senza parole?
«Paolo Bonolis quando gli chiesi “un suo sogno nel cassetto?” Lui mi rispose: "Sapere il perché dobbiamo morire!”. E mi colpì molto anche il cantante Riccardo Fogli quando mi disse: “Tu mi puoi chiamare in qualsiasi momento della mia esistenza”».
Il più pazzo che ha intervistato?
«Forse l’attore Massimo Ceccherini. Lui è proprio come lo si vede in Tv, cioè matto da legare, nel senso buono chiaramente».
C’è stato qualcuno che non ha accettato l’intervista?
«Sì! Vittorio Gassman. Mi disse al telefono che non se la sentiva e siccome sapevo che non stava bene non volli insistere. Altro rifiuto fu quello di Romina Power, che contattai più volte. Ma alla fine ce la feci anche con lei».
Incontrare tutti questi personaggi deve essere emozionante?
«Sì, ma il bello è scoprire come personaggi apparentemente irraggiungibili, in realtà siano persone come tutti noi, con i loro pregi e difetti, le loro ansie e i loro problemi quotidiani. Sono molto grato a questa mia passione, perché mi ha offerto l'opportunità di conoscere persone di grande spessore umano che hanno arricchito il mio bagaglio culturale».
Questa promozione di Roma e dei suoi personaggi famosi le è valso anche un premio…
«Sì, il 27 maggio 2015, in Campidoglio, ho ricevuto l’Oscar Capitolino, il Premio Simpatia, il più antico e importante premio di Roma, conferito a tantissimi Vip. Di recente ho ricevuto anche un’onorificenza dal sindaco di Roma per il mio impegno culturale. Sono belle soddisfazioni che mi ripagano di quasi 35 anni di interviste».

Ha mai pensato di trasformare questo hobby in un lavoro?
«No, lo faccio solo per passione, senza avere alcuna pressione, né scadenze da rispettare. Per intervistare Carlo Verdone mi ci sono voluti cinque anni di tentativi e poi mi diede l’appuntamento proprio il giorno del mio anniversario di matrimonio. Con lui, io e mia moglie passammo un pomeriggio davvero splendido. Da giornalista non avrei mai potuto fare una cosa del genere».
E invece ha mai pensato di trasferirsi a vivere a Roma?
«Mia zia mi propose di vendermi il suo appartamento, ma rifiutai. Roma è bellissima, però non riuscirei a viverci: troppo traffico, confusione, rumore. Beati i nostri paesini, come Molveno dove vivo attualmente».
Continuerà a fare interviste?
«Sì, magari anche con qualche politico trentino».
Un sogno nel cassetto?
«Arrivare a 1500 interviste senza scopo di lucro. Mi dicono che sarebbe un record mondiale».
Le sue interviste sono disponibili sul sito www.intervisteromane.net. Con quale scopo?
«Innanzitutto come mio personale omaggio a Roma, città meravigliosa che mi ha accolto a braccia aperte fin dal primo giorno e continua a farlo ogni volta che vi ritorno. In secondo luogo, perché mi piacerebbe che la mia storia potesse essere d’esempio per tanti giovani, incoraggiandoli a credere nel proprio talento e a trovare la strada giusta per realizzare i propri sogni, anche quando sembrano irraggiungibili. Chi avrebbe mai immaginato che un timido commesso trentino sarebbe riuscito, un giorno, a entrare nell’élite più esclusiva dei protagonisti della mondanità romana? Volere è potere».






