Michele Polverino: «La mia nazionale, la più piccola del mondo»




di NICOLA PISETTA

Immaginate se il territorio della Comunità Alta Valsugana fosse una nazione: con una superficie di 360 kmq e una popolazione di circa 55 mila abitanti faticherebbe a costruire una nazionale sportiva pronta a competere ad alti livelli.

Il Liechtenstein è più piccolo: quasi 38 mila abitanti su appena 160 chilometri quadri.

Come si può, quindi, costruire una realtà sportiva in un microstato europeo? Ne sa qualcosa Michele Polverino, ex calciatore professionista e oggi allenatore del Balzers FC, una delle sette squadre ufficiali del Liechtenstein, uno tra i pochi atleti professionisti entrati nella storia sportiva della nazione. Tra gli atleti titolati, naturalizzati e non, si ricorda l’oro a Lake Placid 1980 della sciatrice alpina Hanni Wenzel e i successivi bronzi negli anni ‘80 di Andreas Wenzel, Ursula Konzett, Paul Frommelt e, di recente, Tina Weirather a Pyeongchang 2018.

Negli anni 2000, il paese contava sullo sciatore Marco Büchel, già argento mondiale, e sul calciatore Mario Frick, vecchia conoscenza della Serie B italiana negli anni 2000.

Successivamente, su Marcel Büchel, in Serie A con le maglie di Bologna ed Empoli e su Michele Polverino.

A differenza di altri microstati europei come Andorra, San Marino, Far Øer e Gibilterra, il Liechtenstein, pur disponendo di una sua Federazione calcistica, non ha un suo campionato nazionale: le sue sette squadre giocano nei campionati svizzeri e la sfida territoriale avviene nella Coppa Nazionale, la Liechtensteiner-Cup.

La squadra più titolata, il Fussball Club Vaduz, un tempo militante nella massima serie svizzera, gioca ora la fase a gironi di Conference League.

Come funziona il torneo in Liechtenstein con 7 squadre?

«Si raddoppia il numero: si può creare una squadra B e il torneo è ad eliminazione diretta. Data però l’appartenenza calcistica alla Svizzera, il vincitore non può accedere alle prime fasi della Champions League e l’UEFA concede la possibilità di giocare i tornei europei secondari come rappresentante del Liechtenstein, Europa League negli scorsi anni e Conference League attualmente. Il Vaduz è la squadra più titolata della Coppa Nazionale e con la qualificazione ai gironi di Conference League ha raggiunto un’impresa incredibile per la storia calcistica del nostro territorio. Anche se, purtroppo, i tifosi locali al Rheinpark Stadion della capitale scarseggiano e paradossalmente è più numeroso il pubblico avversario».

Che lavoro svolgono i giocatori non professionisti della nazionale del Liechtenstein?

«Possiamo trovare studenti universitari, bancari, avvocati, medici, insegnanti, poliziotti, architetti e impiegati aziendali. Negli scorsi anni nella rosa della Nazionale eravamo una quindicina di calciatori professionisti e potevamo giocare un calcio più offensivo, riuscendo a costruire possibili azioni da rete: per intenderci, la formazione schierata era il classico 4-4-2. Oggi, invece, la squadra punta al catenaccio con un 5-4-1. Per chi è dilettante il calcio è un hobby ma la fortuna del nostro paese è che si può conciliare il lavoro allo sport, con stipendi molto alti».

Quale Nazionale ricordi come la più difficile da affrontare? «Senz'altro la Spagna. Quando in campo affrontavo avversari come Xavi, Iniesta, Fabregas, Busquets e Xabi Alonso, mi rendevo conto di quanto fosse, quello, il miglior centrocampo del mondo. Quando gli arrivava il pallone, i passaggi erano talmente veloci e precisi da farmi girare la testa! Ma per un giocatore di un microstato trovarsi nel girone con le nazionali più forti del mondo non è solo una festa per il prestigio che ne deriva: marcare tanti di questi campioni, per noi, è un grande bagaglio tecnico. Per me, inoltre, significava confrontare le potenzialità in campo tra Bundesliga austriaca e Liga spagnola».


Il tuo più bel ricordo?

«Sarebbe scontato parlare dei ricordi in campo contro le varie Spagna, Germania, Svezia,… sono tantissimi! L’Italia soprattutto: l’Azzurro assume in me il sapore più speciale! Se devo fare un nome, così a caldo, dico Zlatan Ibrahimović. Vederlo dal vivo, in campo davanti a me, era ancora più impressionante rispetto alla TV. In quanto centrocampista centrale, per mia fortuna non lo dovevo marcare. Una partita, comunque, che non dimenticherò mai è una trasferta in Islanda, finita 1 a 1. Ero all’inizio dell’avventura in Nazionale e fu un pareggio inaspettato: per noi valse una vittoria».

E i tuoi ricordi coi club?

«Sicuramente il riconoscimento come miglior centrocampista del campionato austriaco, nel 2013. Vestivo la maglia del Wolfsberger, la formazione era al debutto nella massima serie e giocammo un gran campionato, finendo quinti alle spalle delle storiche squadre austriache. Quel premio fu per me un grande traguardo professionale in un momento di forma eccezionale, grazie anche alla particolare esperienza acquisita a Teheran tra il 2011 e 2012 nel FC Steel Azin».


Contro l’Inghilterra come avviene l’esibizione dell’inno?

«Si suona due volte. A me non è mai capitato di affrontare la nazionale d’Oltremanica ma il Liechtenstein ci giocò contro, tra andata e ritorno, alle qualificazioni di Euro 2004, quando ancora non esordii nella Nazionale maggiore».

Quali squadre si tifano in Liechtenstein?

«In occasione dei mondiali e degli europei il popolo tifa la Svizzera. Io, personalmente, tifo per l’Italia e sono juventino, grazie soprattutto a Roberto Baggio e Alessandro Del Piero, miei idoli d’infanzia. Per il resto, quasi tutti tifano per il Bayern Monaco o il Borussia Dortmund. Tra le comunità spagnole e turche del Liechtenstein, invece, il seguito per i propri campionati resta molto diffuso. Andando fuori dall’area germanofona, è il Liverpool ad attirare le maggiori simpatie».


Nascendo da genitori italiani, quanto hai atteso per la cittadinanza del Liechtenstein?

«Avrei potuto, per la legge interna, acquisire la cittadinanza già a 10 anni nel 1994 ma temporeggiai. Crescendo, il mio obiettivo calcistico era l’Italia e il mio grande sogno era quello di vestire un giorno la maglia Azzurra. Una volta all’Olbia, però, mi resi conto che il Liechtenstein era casa mia: tornai, quindi, a giocare nel Vaduz e ricevetti la cittadinanza a 23 anni, potendo finalmente esordire in Nazionale».


Il tuo sogno, da allenatore?

«Il mio obiettivo è vincere il campionato e risalire nella Quarta Divisione svizzera sulla panchina del Balzers. Il mio sogno, ancora una volta, è la Serie A, accanto alla Bundesliga tedesca».

La panchina del Liechtenstein o di altre nazionali?

«Non mi dispiacerebbero ma il club lo trovo più stimolante: lì, si segue la squadra quotidianamente. In Nazionale, invece, è un lavoro discontinuo».









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