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Paolo Nespoli. «Il mio sogno... extraterrestre»






di Terry Biasion


Fra qualche settimana l'ex astronauta Paolo Nespoli sarà ospite a Pieve Tesino in occasione della seconda edizione del progetto “Orizzonti”. Noi l'abbiamo intervistato in anteprima... 


Dottor Nespoli, ci racconta com’è iniziata la sua carriera?

«Non è una cosa semplice da raccontare, perché stiamo parlando della carriera di astronauta. Un’idea che avevo fin da piccolo, che poi era finita nel cassetto delle idee irrealizzabili nella vita. Da ragazzino, e anche una volta che ero un po' cresciuto, dicevo che avrei voluto fare l’astronauta, ma di fatto era una cosa che sembrava praticamente impossibile. E mentre cercavo di capire cosa veramente fare da grande, mi arrivò la cartolina per andare militare. Stiamo parlando della fine degli anni '70. Andai a svolgere il servizio di leva militare e per tutta una serie di strane coincidenze, decisi di rimanere nell’esercito. Così, fino all'età di 27 anni, restai nei paracadutisti a Pisa e a Livorno. Verso la fine di quel periodo venni inviato in Libano con il contingente italiano della Forza multinazionale di pace. Alla fine del 1984 mi venne l’illuminazione, come San Paolo sulla strada di Damasco, per cercare di fare veramente quello che desideravo fare da grande, cioè l’astronauta. Quindi lasciai l’esercito e iniziai tutta la trafila. Perché oramai avevo già una certa età e mi mancavano dei requisiti importanti come una laurea e la conoscenza dell'inglese. Quindi mi dovetti impegnare per acquisire queste capacità. Frequentai l'università negli Stati Uniti d'America e dopo 5 anni tornai in Italia. Cercai di diventare astronauta e non fu facile, ci vollero 10 anni e tre tentativi. Però poi alla fine del 1998 ci riuscii e diventai un astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea. Questa è un po’ la mia storia in due parole».


Quindi un ragazzino potrebbe sognare veramente di diventare astronauta ?

«Sì, potrebbe anche realizzare questo sogno, ma con molto impegno. Non ci sono cose irrealizzabili nella vita; i percorsi non sempre sono facili e lineari, ma non bisogna mai smettere di provarci. Nel mio caso questa idea di fare l’ astronauta era un po’ strampalata, ma poi alla fine sono riuscito a realizzarla, quindi bisogna sempre pensare di poterlo fare».


Lei è stato più volte nello spazio, ma com’è la terra vista da lassù?

«Io ho svolto tre missioni nello spazio. Una missione sullo Space Shuttle nel 2007, durata 15 giorni, due settimane. Dopodiché nel 2010-2011 feci un’altra missione, sulla Stazione Spaziale Internazionale. Questa seconda missione durò sei mesi. Nel 2017 volai un’altra volta nello spazio sempre sulla Stazione Spaziale Internazionale e questa missione durò quattro mesi. Nella mia vita ho volato nello spazio per un totale di 313 giorni, 2 ore e 36 minuti. La vista della terra dall’orbita bassa terrestre è bellissima, anche se io da ragazzino volevo andare sulla luna a dir la verità, ma sulla luna non ci sono mai arrivato. Sono stato sulla stazione spaziale in orbita bassa terrestre lontano circa 400 km e questo ti dà l’opportunità di vedere la terra in un modo veramente diverso. Quando ai ragazzi descrivo questa cosa, dico che è come se fossimo in un museo e volessimo vedere un quadro: non possiamo vederlo bene tenendo il naso o gli occhi appoggiati sulla tela; se vogliamo vederlo bene bisogna tirarsi indietro. Stando sulla stazione spaziale distante 400 km percepisci le cose in un modo diverso da come le percepisci sulla terra, ed è un’immagine molto bella, un’immagine d’assieme che non ti fa vedere più i piccoli dettagli che vediamo tutti i giorni nella vita quotidiana, ma ti fa vedere, ad esempio, che siamo in tantissimi su questo pianeta, lo l’abbiamo occupato completamente. Stiamo schiacciando la natura attorno a noi. Dallo spazio si vedono i confini geografici, ma non quelli nazionali. Uno si rende conto che, di fatto, siamo tutti nello stesso pentolone. È come se fossimo una zuppa che sta cuocendo in un grande recipiente. Dentro ci sono sì le carote, il sedano, i fagioli, la pasta, tutte entità differenti e separate, ma quando guardi questa cosa che stai cucinando lo chiami minestrone. Ecco, noi sulla terra siamo un minestrone di umanità alle prese con questo pianeta. Dovremmo renderci conto che non bisognerebbe stare soli nelle nostre nazioni, non dovremmo isolarci, bensì lavorare tutti assieme per gestire al meglio la nostra presenza su questo pianeta».



Qual è stato il suo viaggio più bello, quello che le è rimasto nel cuore

«Tutti i viaggi nello spazio sono eccezionali, perché si va in un posto veramente diverso. La prima missione la effettuai con lo Space Shuttle, la seconda con la navicella russa Sojuz. La prima era una missione di costruzione della Stazione Spaziale Internazionale. Quindi è paradossale quando adesso mi dicono: “Nespoli, un grande scienziato...” io dico che mi sento un grande metalmeccanico alto, non grande perché sono abbastanza alto dal punto di vista fisico, ma un astronauta alto. Un metalmeccanico e non uno scienziato. Devo dire che stare nello spazio dà delle sensazioni molto belle perché uno si trasforma da terrestre, in extraterrestre. Poi ti dà la possibilità di sentire e vivere in un posto dove non si sente la forza di gravità e si ha la possibilità di guardare la terra da lassù che è una visione meravigliosa. Ci sono tante cose importanti che fanno diventare tutte le missioni speciali, perciò è difficile dire che una è meglio dell’altra. Ad esempio, sullo Shuttle la missione era zeppa di lavoro, pertanto era solamente lavoro, lavoro e ancora lavoro. Invece sulla Stazione Spaziale Internazionale c’erano 12 ore di lavoro intenso, ma poi c’erano anche 12 ore di riposo, così potevi dormire, avevi anche un po’ di tempo personale, perché anche sei bloccato in un posto dove non è che puoi andare in giro e fare quello che vuoi, lo spazio rimane sempre una posto eccezionale».


Quando è nello spazio lei pensa a Dio? Crede di essergli più vicino? Sempre se crede...

«Quando si parla di teologia, cioè di religione, quando si parla di cose al di sopra di noi è difficile rispondere. Io sono un ingegnere e vado nello spazio come ingegnere. È vero che uno sente qualcosa in un posto così diverso, in un posto nuovo, in alto. Parlando con alcuni dei miei colleghi astronauti religiosi, mi dicono"ma guarda quanta roba c’è qui, non è possibile che siamo soli". Invece parlando con altri che non sono religiosi mi dicono: "vedi quante cose impossibili riusciamo a fare come esseri umani, questo vuol dire che siamo in grado di fare qualsiasi cosa". Andare nello spazio non ti cambia quello che tu pensi, semmai te lo amplifica, ed è anche un momento di riflessione importante. Sì, ho sentito che c’è qualcosa, ma la risposta non c’è l’ho, non c’è una risposta che io possa dare».


Lei ha conosciuto anche Neil Amstrong, uno dei tre astronauti che andarono sulla luna. Come fu quell'incontro?

«Sì, incontrai Amstrong quando da giovane ero in addestramento alla NASA. Ricordo che venne nella nostra classe di astronauti per fare una specie di seminario, noi eravamo dei giovani astronauti in avviamento o dei candidati astronauti. Lui ci parlò del suo lavoro, del progetto lunare di Apollo 11 e di altre missioni. Fu un incontro molto bello e interessante dove conobbi una persona molto umile, molto normale, che parlava con estrema semplicità di queste cose così eccezionali. Fu un momento molto bello nella mia vita».


Prendendo spunto da un suo famoso libro, qual è "l’unico giorno giusto per arrendersi”?

«Domanda filosofica che richiede una risposta filosofica. In linea di principio l’unico giorno giusto per arrenderci non esiste. L’ ultimo giorno non arriverà mai, se – nonostante tutte le difficoltà che uno incontra – non si ferma. Il verbo arrendersi non fa parte della dell’equazione e quindi non c’è. Poi è vero che nella vita ogni tanto qualcosa non funziona, che bisogna prendere delle decisioni forti e che sembra che nonostante tanti sforzi, non ci siano risultati. Io dico alla gente che quando uno cerca di fare una cosa impossibile non si deve arrendere, specialmente all’inizio; al massimo lo deve fare dopo parecchio tempo quando veramente ci ha provato, e lì che poi deciderà se arrendersi o no. Io dico sempre, arrendersi mai».


Ora, nel 2024, a 67 anni  Paolo Nespoli cosa farà? 

«Adesso sono un pensionato dell’Agenzia Spaziale Europea. Non ho smesso di fantasticare, di creare e di pensare a cose strane. Insegno al Politecnico a Milano. Partecipo a tanti eventi, vado a parlare nelle scuole e alla gente.  Collaboro con delle aziende che lavorano nello spazio. Finché potrò continuerò a fare questo lavoro».


L'ex astronauta Paolo Nespoli sarà ospite a Pieve Tesino in occasione della seconda edizione del progetto “Orizzonti”, dedicato alla scienza e al suo impatto sulla vita quotidiana delle nostre comunità. "Orizzonti" è la scuola informale di cittadinanza nata dalla collaborazione tra Fondazione Valtes, Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, Arte Sella e Associazione Agorà (Trentino 2060). La seconda edizione di "Orizzonti"si terrà da venerdì 19 a domenica 21 aprile 2024 negli spazi del Centro Studi Alpino dell'Università della Tuscia, con uscite all’Arboreto del Tesino, all’Osservatorio Astronomico del Celado e un evento pubblico insieme al fisico Roberto Battiston e, appunto, all’astronauta Paolo Nespoli al Cinema Teatro di Castello Tesino.



PAOLO NESPOLI, UNA BREVE BIOGRAFIA

Paolo Nespoli è stato il primo astronauta italiano a partecipare a una missione di lunga durata ed è quello che ha trascorso più tempo nello spazio. Infatti, con 313 giorni vissuti nello spazio  attraverso le tre missioni, Paolo è «il secondo astronauta ESA con più esperienza e più longevo per permanenza nello spazio a livello europeo» (dal sito dell’Agenzia Spaziale Italiana). La sua carriera inizia nel 1998 quando è selezionato dall’Agenzia Spaziale Italiana e nel 1991 entra a far parte dell’ESA (European Space Agency).  

Da allora il suo percorso come astronauta è un continuo crescendo tant'è che nel corso della sua “encomiabile“ carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti e attestati: un Bachelor of Science in Aerospace Engineering nel 1988 dalla Polytechnic University of New York (USA) e nel 1989 riceve, sempre dalla stessa università, un Master of Science in Aeronautics and Astronautics. Nel 1990 ottiene la Laurea in Ingegneria Meccanica presso l'Università degli Studi di Firenze.

Altri riconoscimenti ricevuti di "Team achievement" per: la missione spaziale Mir 97 (Agenzia Spaziale Tedesca), la missione spaziale EUROMIR 95 (ESA), il programma NASA-Mir (NASA), la missione spaziale EUROMIR 94 (ESA), l'esperimento Bed Rest Experiment (ESA – Agenzia Spaziale Francese), la simulazione Columbus Utilisation Simulation (ESA). 

In una intervista Nespoli ha sottolineato che, «viaggiando a 28mila chilometri orari e a 400mila metri di altitudine, il mondo diventa tutta un’altra cosa. È come osservare un quadro di Monet, se sei troppo vicino non capisci nulla, e anche il sorriso della Gioconda lo contempli se ti allontani, altrimenti vedi solo i dettagli». 

Ritiratosi nel 2018, un anno dopo nel 2019 il Politecnico di Torino gli conferisce la Laurea Magistrale ad honorem in Ingegneria aerospaziale.  

Dal 2023 è docente di Human Spaceflight and Operations presso il Politecnico di Milano. Tra le sue pubblicazioni: Dall'alto i problemi sembrano più piccoli (2012); Farsi spazio. Storie e riflessioni di un astronauta con i piedi per terra (2020); L'unico giorno giusto per arrendersi (2022). 










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