Orietta Berti: la mia vita è un gran bel film


Orietta Berti

Orietta Berti, icona della canzone melodica italiana è tornata a Sanremo con “Quando ti sei innamorato”, celebrando 55 anni di carriera con il cofanetto “La mia vita è un film” con 6 CD, di cui uno con inediti, uno di duetti e quattro con i suoi più grandi successi. Grazie all’avvocato Giuseppe Origlia abbiamo intervistato Orietta nei giorni del Festival.



di GIUSEPPE FACCHINI

Orietta, si dice che tu sia la cantante di tutti...

«Noi cantanti degli anni '60 e '70 siamo stati fortunati. C'era il boom del disco e delle case discografiche. Entravamo nel cuore della gente poco alla volta ma continuamente, perché in TV c'erano trasmissioni, come Canzonissima e il Disco per l'Estate, che duravano mesi e dove la musica era la protagonista».


Oggi sembra tutto diverso...

«Una volta se tu non avevi vinto una manifestazione o venduto un certo numero di dischi non partecipavi alle gare musicali. Ora con 5 mila visualizzazioni sul web sei già un big. Questo un po’ mi dispiace, ma non sono contro nessuno, anzi apprezzo tutti. Però metà dei ragazzi che erano con me a Sanremo sul palco non li conosco vocalmente, anche se sono noti ai giovani che votano con i telefonini.»


Perché sei tornata a Sanremo?

«Per presentare il mio cofanetto con 6 cd che racchiudono 55 anni di carriera e portare una canzone melodica tradizionale, perché credo che ci siano ancora tante persone che amano il bel canto e la tradizione italiana. Sanremo deve essere un po’ per tutti, non solo per i giovanissimi. Mi hanno detto, "ma Orietta ti presenti ancora dopo 29 anni con una canzone d’amore tradizionale?" E cosa dovrei fare? Cantare un rap? Il mio pubblico mi volterebbe le spalle, sarei ridicola. Io sono amata per ciò che sono e devo essere coerente. È un onore essere considerata portabandiera della canzone melodica.»

Come hai scelto la canzone “Quando ti sei innamorato”?

«L’ho incisa l’estate scorsa per il Cd, non pensavo di portarla al Festival. L’autore Francesco Boccia mi aveva proposto anni fa di cantare “Grande amore” e gli avevo detto: “Se la canta Il Volo può vincere” e così è stato. Per riconoscenza ora mi ha proposto due canzoni nuove, “Film” e “Quando ti sei innamorato” , una bellissima canzone d’amore. Sembra ispirata alla mia privata, come l’avessi scritta io, perché parla di un incontro che poi diventa una passione e un amore per tutta la vita e la dedico a mio marito Osvaldo. All’inizio l'arrangiamento era più intimo, poi con Pasquale Mammaro abbiamo creato anche una versione diversa, adatta all’orchestra di Sanremo che ha 65 elementi ed è giusto farli suonare tutti.»

L’impatto sul palco?

«Il nostro pubblico è stato l’orchestra in platea, sensazione bellissima, ne avevo bisogno. Sia alle prove a Roma che poi a Sanremo ho provato tanta gioia nel ritrovarmi sul palco, avevo tanti dubbi all’inizio, ma ora sono contenta di aver ritrovato tante persone felici di vedermi.»

Carriera straordinaria la tua... «Pensa che non volevo fare la cantante. Ero timida, mascolina e con le persone nuove provavo paura e vergogna. Mio papà mi portava alle audizioni per la lirica, ma non mi usciva la voce. Gli dicevano: “Signor Galimberti, risparmi i soldi perché non ne esce nulla, la voce è acerba e insicura, sua figlia ha paura, non riuscirà mai a salire su un palco”. Ma mio papà continuò a mandarmi a scuola di lirica e la voce diventò più sicura.»

Il tuo debutto?

«A un concorso di voci nuove incontrai Giorgio Calabrese, autore televisivo e di canzoni per Umberto Bindi e tanti altri. Mi disse: “Hai una voce bella e pulita, ti porto a Milano”. Mamma non voleva e per una settimana rimasi ospite di un pensionato di suore. Ci incontravamo in Galleria del Corso e mi portavano nelle salette di incisione delle case discografiche, con me c’era Fabrizio De Andrè, Memo Remigi ed autori come Isola e Zambrini. Senza l’incontro con Calabrese non sarei qui a raccontarti la mia carriera. Allora non c’erano tutti i mezzi di comunicazione di oggi, serviva una persona che ti presentasse al direttore discografico per un provino.»

Il tuo primo disco?

«La casa discografica Philips, con la quale rimasi tanti anni e con grandi successi, mi fece il mio primo contratto. Incidevo per l’etichetta Polydor, la direzione era tedesca e amava il bel canto: fu la mia fortuna. Mi proposero le canzoni di Suor Sorriso, suora belga che, in inglese e francese, cantava inni all’amore, su Gesù e la religione cattolica, venduti poi in Vaticano. Io però volevo cantare canzoni d’amore. Mi dissero: “Se incidi le canzoni di Suor Sorriso, poi vai al Disco per l’Estate con “Tu sei quello”. E lo vinsi».

Negli anni '70 tu avesti successo anche con le canzoni popolari e folk, come andò?

«Con il grande successo dei cantautori, tanti cantanti della linea melodica furono messi un po’ in disparte. Mi consigliarono di interpretare le canzoni della mia terra. Insieme a due ricercatori realizzai tre LP con 25 canzoni ciascuno che ebbero grande successo. Erano le canzoni di dominio popolare, non avevano autori, nate dagli scariolanti, dalle mondine, dalla gente che lavorava nei campi. Canzoni popolari ma allo stesso tempo intellettuali, furono la mia fortuna e vendettero tanto e così non sono sparita. Ero in mano a grandi professionisti.»


Come sceglievi le canzoni per le manifestazioni canore?

«La Philips a Milano dal lunedì al venerdì faceva sentire ai propri dipendenti i provini dei cantanti e il venerdì prima di uscire esprimevano il loro voto. Io incidevo sempre la canzone che arrivava prima in questa classifica. Poi alle gare magari non vincevo, ma arrivavo ai primi posti, perché erano canzoni già testate su un pubblico.»

E “Fin che la barca va” ?

«Non pensavo che diventasse quasi un inno nazionale. Non è una canzone qualunquista anzi, ha una certa filosofia. Invita ad accontentarsi di ciò che si ha, senza tormentarsi alla ricerca di chissà che cosa o per il fatto di non essere alta o bella.»

Canzoni allegre, ariose e profonde, talvolta trasgressive...

«Dividevo il repertorio: quelle più allegre per il Disco per l’estate e quelle più intense per Canzonissima o Sanremo. Le canzoni di Pace, Panzeri e Pilat avevano spesso un doppio senso, erano molto ironiche ed io mi divertivo a cantarle.»

Nel tuo penultimo Festival eri in coppia con Giorgio Faletti... «Lo ricordo con piacere e nostalgia. Era sempre spensierato, aveva una battuta per tutto, se né andato troppo presto.»


Quanto conta nella tua carriera tuo marito Osvaldo Paterlini?

«La mia fortuna è stata quella di averlo sempre vicino. I primi tre anni mi seguiva sempre con sacrifici. Mi diceva: “un anno ci sei, l’anno dopo chissà, intanto tengo il mio lavoro, non si sa mai”. Poi andò bene e diventò mio manager, autista, consigliere, produttore. Avere vicino chi ti rispetta, ti vuole bene, e fa solo il tuo interesse, non è da poco in questo ambiente. È un marito fantastico così come i nostri figli Omar e Otis.»


Come alleni la tua voce?

«La voce non invecchia mai, bisogna però allenarla, non posso stare mai senza cantare. In casa ho 9 gatti e 2 cani, ho il mio bel daffare, metto le cuffiette e canto sopra le basi anche quando cucino. Non fumo e anche per questo forse la voce è bella.»


Hai pubblicato anche un libro...

«Tra bandiere rosse e acquasantiere, autobiografia scritta durante il lockdown. Parla della mia infanzia: mamma comunista, papà molto religioso, i primi passi nella musica leggera. C'è tutto, anche il lavoro, che era molto diverso da adesso.»





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