Mario Pacher, il cronista della porta accanto


Mario Pacher nel suo studio a Novaledo

di Johnny Gadler


L'INTERVISTA DELLA DOMENICA. Che sia su carta stampata (quotidiano, settimanale o mensile), sul web, per radio o in TV, l'informazione in Valsugana ha un nome e cognome: Mario Pacher, che qualche settimana fa ha festeggiato i 60 anni di collaborazione con il giornale l'Adige. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua storia di cronista...

Mario, quando e come ti avvicinasti al giornalismo?

«Correva l’anno 1959, avevo 22 anni e dall’anno precedente ero impiegato all’Ufficio Ragioneria del Comune di Roncegno. Un giorno di settembre, con mia grande sorpresa, vidi arrivare sulla porta di casa, a Novaledo, un uomo in bicicletta»


Chi era?

«Era Marcello Voltolini, all’epoca responsabile dell’Ufficio abbonamenti del giornale l’Adige, che mi voleva offrire il ruolo di corrispondente locale. A suggerirgli il mio nominativo era stato l’allora parroco di Novaledo, don Italo Dallapè».


Tu come reagisti?

«Rimasi lusingato da quell’offerta, ma al tempo stesso ero titubante, perché il ruolo che mi veniva proposto, benché prestigioso, mi sembrava piuttosto impegnativo, con la prospettiva tutt’altro che piacevole di dovermi occupare anche – e soprattutto – di cronaca nera, argomento che nessuno voleva fare. Ma alla fine accettai».


Ti ricordi il primo articolo?

«Certo, me lo ricordo come fosse ora. Era la semplice cronaca di un consiglio comunale. Ricordo che con Annamaria, la mia fidanzata che sarebbe poi divenuta mia moglie, andammo in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Piné e in un’edicola comprai il giornale dove era stato pubblicato il mio primo articolo. Era senza firma, ma sapevo che era mio e la cosa mi diede una grande emozione».


Com’è cambiato il giornalismo rispetto a un tempo?

«Oggi è tutto diverso. Ci sono le fotocamere digitali, si scrive al computer e si invia per mail. All’epoca il mestiere di cronista era molto più complicato e laborioso»


Perché?

«Beh, innanzi tutto perché oltre al fatto di dovermi recare sul posto a raccogliere le informazioni, dovevo pure scattare le foto con la macchina analogica e poi tornare a casa per sviluppare io stesso la pellicola nella camera oscura, utilizzando il tank e l’ingranditore, attrezzatura di cui mi ero dovuto dotare per svolgere al meglio il mio lavoro. Inoltre all’inizio gli articoli li scrivevo a penna e solo in un secondo momento con la macchina da scrivere che conservo ancora come un cimelio. Fatto tutto ciò c’era da mandare l’articolo e le foto a Trento in tempo per la chiusura del giornale».

Il direttore de l'Adige Alberto Faustini con Mario Pacher


Come avveniva l’invio del materiale, non essendoci all’epoca la posta elettronica?

«Di giorno me la cavavo affidando il plico al capotreno che con la linea della Valsugana portava la cosiddetta posta “fuori sacco” in maniera abbastanza celere fino in città. Talvolta, in caso di estrema urgenza, mi affidavo anche alle corriere, dove quasi sempre trovavo un autista così cortese da recapitare la mia busta al giornale. I problemi arrivavano di notte, quando non essendoci più mezzi pubblici disponibili, dopo essere stato tirato giù dal letto per recarmi sul luogo di un tragico evento, aver scattato e sviluppato le foto, scritto l’articolo, mi toccava pure prendere la macchina e recarmi fino a Trento, in via Rosmini, dove si trovava la tipografia del giornale l’Adige che aspettava la mia notizia anche alle due di notte».


Questo accadeva di frequente?

«Sì, spesso. In tutta la mia carriera di cronista ho assistito a migliaia di incidenti stradali e, purtroppo, ho visto coprire centinaia e centinaia di morti. Se fosse di accendere un cero in ogni luogo dove sono stato per documentare una vittima della strada, la Valsugana di notte assomiglierebbe a un immenso cimitero».


Nel nostro mestiere trovarsi di fronte a un fatto luttuoso è sempre molto delicato…

«Verissimo. Oltre a trovarti di fronte le forze dell’ordine che cercano di non farti passare e con le quali bisogna sempre tessere un buon lavoro di diplomazia per poter svolgere il proprio lavoro, il limite più ferreo da non oltrepassare mai è quello con la propria coscienza di uomo, prima ancora che quello imposto dalla deontologia giornalistica. E io posso dire di non averlo mai oltrepassato quel limite, anche se una volta mi successe un fatto increscioso che davvero mi lasciò sotto shock».


Premiazione con Franco Panizza il 10 febbraio 2012

Che successe?

«Una notte fui svegliato perché a Campiello di Levico era avvenuto un incidente stradale mortale. Recatomi sul posto seppi che la persona deceduta era un mio conoscente nonché mio coscritto. Come le altre volte scattai le foto, le sviluppai, scrissi l’articolo e portai tutto al giornale. Solo il giorno dopo, leggendo il mio articolo sul giornale, mi accorsi che in una foto, tra le lamiere della macchina si intravedeva anche il morto. Fui interamente percorso da una scossa di brividi che provo ancora oggi ogniqualvolta ripensò a quel triste episodio».


Nessuno, però, si è mai lamentato per un tuo articolo…

«Vero e ne sono orgoglioso. In tutti questi anni nessuno ha mai fatto delle rimostranze, né tanto meno ho ricevuto querele, per un articolo scritto da me. Forse perché ho sempre cercato di mettere in luce l’aspetto positivo delle cose e anche quando si sono verificate delle situazioni critiche, non ho mai voluto stuzzicare, gettare benzina sul fuoco o mettere il dito nella piaga».


E con i tuoi colleghi giornalisti, che rapporti hai avuto?

«Sempre cordiali e di reciproca stima, ma con due in particolare, Luciano e Antonio De Carli di Levico Terme, c’è stato molto di più. Una vera amicizia che ha unito anche le nostre famiglie».


A proposito di colleghi, alcune settimane fa la redazione del giornale l’Adige, con il direttore Alberto Faustini in testa, ti ha festeggiato per i tuoi 60 anni di attività giornalistica...

«Davvero una bella soddisfazione, peraltro non unica perché sono oltre 62 anni che faccio l’organista nella chiesa di Novaledo e da molti decenni sono anche capocoro dopo aver frequentato la scuola Diocesana di Musica Sacra a Trento diretta da monsignor Celestino Eccher, ottenendo il diploma di "Capocoro e Accompagnatore Parrocchiale". Credo che le due cose messe assieme rappresentino un traguardo più unico che raro, anche se di certo non sono uno che tiene ai record».


Se è per questo nemmeno alle onorificenze. Nell'estate del 1975 il Presidente della Repubblica Giovanni Leone ti insignì del titolo di Cavaliere di cui però non ti sei mai fatto vanto...

«Vero. Lo tengo in casa come uno dei tanti bei ricordi, alla stessa stregua di tutti gli articoli che ho scritto e che conservo nella soffitta di mio nipote».


Quanti ne avrai scritti dal 1959 ad oggi?

«Di preciso non saprei dirti, penso tra i 20 e i 30 mila di sicuro. Dopo il mio pensionamento nel 1994 (dal 1964 a 1994 Mario Pacher ha lavorato alla Cassa Rurale di Levico, NdR) ho avuto molto più tempo per seguire le cronache e scrivere».


Mi pare che tu non abbia affatto intenzione di fermarti qui...

«E perché mai dovrei? Mi sento ancora in forma e spero di poter continuare a scrivere sui giornali per tanto tempo».


Insomma, ci stai dando appuntamento al traguardo dei tuoi 70 anni di attività giornalistica?

«Ora non esageriamo. Mi sembrerebbero davvero eccessivi, anche se ho imparato che non bisogna mai porre limiti alla divina provvidenza. Chissà...».

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