Maria Cristina Maccà: «Sono stata figlia e nipote di Fantozzi»


Maria Cristina Maccà e Paolo Villaggio


di NICOLA PISETTA


Una brillante carriera a fianco di Paolo Villaggio, Liliana Cavani, Pupi Avati e Mario Monicelli


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istina, partiamo da Fantozzi: tu sostituisti Plinio Fernando, che nei primi 8 film della saga aveva interpretato Mariangela e Uga Fantozzi. Come accadde?

«Ero a Roma, a Cinecittà. Conoscevo Paolo Villaggio e i suoi personaggi, ma non avevo mai visto un film di Fantozzi e quindi non sapevo come Plinio Fernando recitasse il ruolo di Mariangela e Uga. Un giorno incontrai Maria Pia Rocco, aiuto regista di Neri Parenti, e mi chiese se volessi fare il provino. Nel giro di una settimana mi trovai a lavorare con Paolo Villaggio, Milena Vukotic, Gigi Reder e Anna Mazzamauro

Hai mai incontrato Plinio Fernando, tuo predecessore nel ruolo di Uga e Mariangela?

«No, non ci siamo mai conosciuti di persona: né al telefono, né al funerale di Paolo Villaggio. Conosco invece Milena Vukotic e Anna Mazzamauro, con cui ho lavorato anche a teatro. Attrici non solo brave, ma anche molto credibili.»


Dopo di te, Uga Fantozzi è stata interpretata da Dodi Conti. Come mai non ci fu un prosieguo col personaggio?

«Quando firmai per Fantozzi -Il Ritorno, l’opzione per tornare a coprire il ruolo di Uga e Mariangela prevedeva una scadenza di un anno: si sarebbe girato subito, infatti, un altro capitolo nel 1997. Ma Neri Parenti lasciò la saga e la regia del nuovo film, uscito poi a Natale 1999, fu affidata a Domenico Saverni: la mia opzione era scaduta e venne chiamata al mio posto Dodi Conti. Non ebbi contatti con Saverni e quindi non so dare una risposta precisa sul motivo.»


Il tuo ricordo di Paolo Villaggio?

«Era una persona garbata, molto di compagnia e introversa: si esponeva sulla scena, ma in privato era molto riservato. Doveva, del resto, evitare l’assalto dei fan. Dopo il film, lo incontrai nel 2010 al funerale dello sceneggiatore Furio Scarpelli. Il caldo non gli era d’aiuto, visti i problemi fisici: lo accompagnai sotto braccio dinanzi alla Chiesa degli Artisti ma era piena. Restammo sul sagrato e a noi s’aggiunse Mario Monicelli, altra storica personalità cinematografica con cui ho lavorato. In assenza di sedie mi ritrovai a sorreggere Paolo e Mario, debilitati dall’età. Molti ex colleghi si fermavano a salutarli: Mario mi chiedeva chi fossero. Non sapevo dargli mai una risposta. Hanno incontrato così tante persone nella loro carriera che, probabilmente, gli era difficile ricordare ogni singolo volto! Nel mio caso, Paolo mi riconobbe subito. Mario, invece, all’inizio faticò.»

Un ricordo di Monicelli?

«Quando lavorammo assieme nel film Panni Sporchi (1999) Mario aveva 84 anni: era ancora un giovanotto, pieno di energia! Al lavoro indossava i jeans e la maglietta bianca e ci lanciava i gavettoni d'acqua ghiacciata. Le riprese erano nelle campagne romane. Tra una pausa e l’altra, non sopportando il caldo d'agosto, Mario si metteva in macchina, tutto bagnato, con l’aria condizionata al massimo. Sul set ero con Ornella Muti, Michele Placido e Mariangela Melato: Monicelli non ci dava alcuna indicazione. Da regista, si occupava di orchestrare i movimenti della macchina da presa. Lo ricordo come uno stacanovista: era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene. Lo era anche il compianto Carlo Vanzina, quando andai a Mumbai a girare Un ciclone in famiglia. In Monicelli si notava subito la sua grande maestria: dote che appartiene, del resto, anche a Liliana Cavani. Lavorare con loro significa conoscere una fonte inesauribile di elementi cinematografici e aneddoti storici e professionali: c’era da stare ad ascoltarli per ore».

e come si suddividono i ruoli? «Dipende dai casi: il numero varia a seconda dei soldi a disposizione. Ci possono essere dalle 50 alle 100 persone. Nei film di Paolo Villaggio, la trama era scritta da lui, assieme agli sceneggiatori Piero De Bernardi e Leonardo Benvenuti. Neri Parenti, il regista, tra i vari incarichi si occupava del montaggio delle scene, dirigeva la fotografia e le movenze degli attori.»


Quante volte si gira una scena?

«Il ciak può arrivare fino a 6-7 volte: dipende dalle angolature che si desidera ottenere.»

Il teatro è più difficile del cinema visto che è in diretta?

«A dire il vero ho sempre quella sensazione di paura ed emozione in entrambi i settori. Svolgo questo mestiere da 35 anni, sempre come fosse la prima volta e se sbaglio a teatro, non mi devo fermare: qui sono i tempi e il ritmo a farla da padrona. Bloccarsi sarebbe la fine: il pubblico se ne accorge.»


Com’è la situazione del settore in tempi di pandemia?

«Il futuro è ancora duro. Sono in contatto con i colleghi nonostante il lungo stop. Ci sono progetti in cantiere. Molti mi chiedono perché, nel frattempo, non insegno. Non mi sento all’altezza, ho ancora molto da imparare sul palco. Sono ferma da oltre un anno: ho alle spalle 35 anni di gavetta e il teatro è arte, vita, realizzato per il pubblico, quello vero, in carne ed ossa. Non per quello virtuale, come accade ora in molti settori: vorrei tornare, semplicemente, a fare il mio lavoro.»






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