"L'orso non è invitato": a Baselga di Piné la presentazione del libro di Bertacchini



Mercoledì 29 luglio, alle ore 17.30, presso l'Ice Rink di Baselga di Piné verrà presentato l'ultimo libro di Gabriele Bertacchini "L'Orso non è invitato". Una riflessione sul rapporto tra uomo e natura e sulla scomparsa della biodiversità sulla terra...


di Johnny Gadler

È uscito da qualche settimana il libro “L’orso non è invitato”, il nuovo libro di Gabriele Bertacchini, naturalista e comunicatore ambientale, molto conosciuto in Valsugana per la sua professione divulgativa ma anche per l’attività di guida ambientale escursionistica. L’abbiamo incontrato per farci raccontare alcuni aspetti di questa sua nuova pubblicazione, dedicata non solo all’orso, ma anche a tanti altri animali meravigliosi che si trovano davanti alla più grave crisi ambientale che minaccia la Terra: la scomparsa della biodiversità.


Dott. Bertacchini, nato e cresciuto a Bologna, con solidissime radici – da parte materna – in Sardegna… Ci spiega com’è approdato in Trentino?

«Presto detto. Dopo la Laurea in Scienze Naturali a Bologna, mi sono specializzato in Comunicazione ambientale con un Master all’Università di Pisa. Fu in quel contesto che, dovendo scegliere dove svolgere uno stage, decisi di venire in Trentino, terra che peraltro rappresenta, nell’immaginario di tutti i naturalisti, il luogo ideale dove svolgere la propria professione. Concluso lo stage, mi si presentò la possibilità di rimanere e sono ancora qua.»


Anche perché Lei a Trento ha fondato pure un’azienda...

«Sì, nel 2006 ho fondato AmBios, che si occupa di Comunicazione ed Educazione Ambientale a 360°. Nel nostro team, infatti, figurano una quindicina di professionisti con qualificate competenze in vari ambiti: naturalistico, informativo, didattico, formativo, marketing, grafico, comunicativo...»

Chi sono i vostri committenti e come si svolge la vostra attività?

«Noi lavoriamo soprattutto per gli enti pubblici, ma delle volte anche per dei privati, con progetti di valorizzazione del territorio, la costruzione di percorsi tematici, la realizzazione di mostre tematiche, visite guidate, serate informative o incontri nelle scuole per parlare di varie problematiche molto attuali, quali i cambiamenti climatici e la biodiversità.»

Operate anche fuori regione?

«Per circa il 60% lavoriamo in Trentino, ma delle volte esportiamo dei format pure altrove. Ad esempio supportiamo da diversi anni una associazione locale ad allestire una mostra di sculture in legno del Trentino anche in Emilia Romagna, oppure può capitare che mi chiamino per delle serate divulgative in Sardegna...»

Quindi non vive esclusivamente in Trentino?

«Grazie al mio lavoro ho la fortuna di vivere dividendomi tra la mia terra d’origine, l’Emilia, la terra dei miei nonni, la Sardegna che per me conserva dei tratti di purezza forse unici al mondo, e la mia terra d’adozione, il Trentino, dove trascorro la maggior parte del mio tempo. Qui, infatti, per molti mesi abito in montagna, sotto il Becco di Filadonna, sopra la Valsugana, in un piccolo “pianoro” dove gli alberi ricoprono la terra e si arrampicano sui pendii più ripidi, sino a sfidare le rocce calcaree. In inverno accolgono la neve che cade a ricoprire i loro rami. Durante la notte non si vede altro che il riflesso delle stelle e in quei momenti il silenzio fa quasi “paura”. Non posso fare altro che aspettare e sperare che gli orsi tornino anche qui. Li attendo.»

Gabriele Bertacchini

Però, mentre Lei attende l’orso, molti lo temono a tal punto di volerlo eliminare. Forse è anche per questo che il titolo del Suo ultimo libro, uscito in questi giorni, s’intitola proprio “L’orso non è invitato”...

«Ho voluto puntare sull’immagine dell’orso per lanciare un forte messaggio educativo soprattutto ai ragazzi, ma anche agli adulti, che spesso si schierano contro l’orso solo per una visione emotiva della questione e non per una reale consapevolezza. Quando vado a fare delle conferenze nelle classi delle scuole secondarie, talvolta mi capita di sentire dei ragazzi che dicono: «Nei boschi bisogna andare armati per difendersi dall’orso», oppure: «se l’orso bianco è a rischio di estinzione ciò rappresenta un bene per l’umanità». Si tratta di visioni della realtà evidentemente distorte, dettate dalla mancanza di conoscenza. Intendiamoci, con questo non voglio assolutamente dire che l’orso sia quell’animale mansueto e giocherellone che vediamo in tanti film per bambini, perché anche questa visione è totalmente lontana dalla realtà e non meno pericolosa di chi lo teme a priori. L’orso non è né buono né cattivo, ma è semplicemente se stesso, cioè un animale che si comporta in quanto tale e ogni nostra valutazione non può prescindere da questa consapevolezza. L’errore che noi esseri umani spesso commettiamo è quello di considerarci il centro del mondo, quando invece siamo solo una delle tante specie che popolano il pianeta. E allora possiamo accettare di essere un tassello di un mosaico stupendo o possiamo continuare a credere d’essere il centro attorno a cui far ruotare tutto il resto. Possiamo decidere di guardare con stupore tutto quello che ci circonda, tanto da volerlo conservare, oppure di volerlo distruggere. Noi oggi temiamo l’orso e allora lo vogliamo uccidere, domani ci farà paura il lupo ed elimineremo anche quello e così via all’infinito. Si stima che ogni giorno si estinguano per sempre dalla Terra decine di specie viventi (fino a cinquanta), molte delle quali ancora sconosciute. La biodiversità si sta riducendo a una velocità da cento a mille volte più elevata rispetto al ritmo “naturale”. Un ritmo più veloce di quello che, 65 milioni di anni fa, portò alla scomparsa dei dinosauri. Forse sarebbe il caso di cominciare a riflettere seriamente su questo problema, anziché lasciarci sopraffare dall’emotività e schierarci acriticamente a favore di un orso “fantoccio” o contro un orso predatore implacabile. Ricordo, per inciso, che andando nei boschi si hanno molte più probabilità di perdere la vita per una caduta, per un fulmine, per la puntura di un insetto o per il morso di una vipera piuttosto che per l’attacco di un orso.»

Il libro, tuttavia, non parla solo dell’orso, bensì tratta, a volo d’uccello, tante altre tematiche. Per quale motivo?

«Perché lo scopo è prettamente divulgativo, tanto che mi rivolgo a un pubblico molto generico e indifferenziato, insomma a tutti coloro i quali – dai ragazzi delle secondarie fino a chi ha già passato gli “anta” – nutre un vago interesse per il mondo della natura ma non ne sa più di tanto. L’obiettivo principale del libro è quello di fare comprendere come oggi la perdita di biodiversità possa avvenire per molteplici aspetti, tutti quanti riconducibili al modo di pensare dell’uomo. Perché se può risultare semplice comprendere come la biodiversità sia fortemente a rischio nel momento in cui ci sono persone che richiedono corni di rinoceronte o zanne d’elefante, appare molto più complicato spiegare come la perdita di biodiversità possa avvenire anche, e forse soprattutto, a seguito di comportamenti sbagliati che la nostra società ha costruito ed omologato nel tempo. Il mio desiderio, attraverso il libro, è spiegare alle persone come le nostre azioni quotidiane, che svolgiamo anche nei nostri paesi del Trentino, possano avere delle pesanti conseguenze a migliaia di chilometri da qui. Ecco, quindi, la necessità di fare sempre delle scelte consapevoli»

Del tipo?

«Nei primi anni ‘70 in Italia consumavamo una media di 27 kg di carne all’anno a testa. Oggi questo dato si attesta sui 79 kg, quindi è quasi triplicato. Più un Paese diventa ricco, più aumenta il consumo di carne. La conseguenza è che quasi il 50% di tutti i cereali e circa il 70% della soia prodotti sono destinati ad alimentare gli animali di cui l’essere umano si nutre. Quasi un quarto delle terre del pianeta è occupato da allevamenti e per produrre il mangime per gli animali viene utilizzato un terzo delle terre coltivabili. Per produrre un kg di carne di pollo servono circa 2 kg di cereali; per produrre un kg di carne di maiale servono circa 4 kg di cereali; per produrre un kg di carne di manzo servono addirittura 7 kg di cereali. In Amazzonia si abbattono e bruciano alberi, principalmente, per avere nuove terre per gli allevamenti di bovini e per le coltivazioni industriali di soia e cereali necessari a nutrirli. Il problema è planetario e riguarda non solo la carne, bensì anche il pesce. Difatti stiamo pescando a una velocità doppia rispetto a quella che il mare è in grado di sopportare. Senza contare, poi, comportamenti totalmente dissennati che vedono animali uccisi solo per poterne mangiare una piccolissima parte.»

Ad esempio?

«In Oriente, ad esempio, è particolarmente apprezzata la zuppa preparata con le pinne di squali appartenenti a differenti specie. Ma le pinne rappresentano solo circa il 2% dell’intero peso dello squalo che, privato ancora del suo “tesoro”, viene poi rigettato in mare, dove morrà affogato o dopo essersi spiaggiato in quanto non più in grado di nuotare. In Giappone la carne di balena è finita persino dentro le scatolette per i cani dei ricchi, che per i loro animali domestici volevano un cibo a basso contenuto calorico, con pochi grassi e ricco di proteine. E la lista, purtroppo, potrebbe continuare a lungo...»


Nel libro vi sono anche dei capitoli dedicati ad alcuni materiali su cui si è costruito il boom economico della seconda metà del ‘900: la plastica, il petrolio, il cemento… Perché?

«Un tempo, la plastica non esisteva. Oggi questa invenzione, peraltro con innumerevoli applicazioni di una certa utilità, è presente ovunque: nei fondali dei mari e nella terra, come ai bordi delle strade. Ricordiamoci che una bottiglia di plastica per “scomparire” impiega circa 450 anni. Tutto ciò che noi buttiamo ritorna indietro sotto varie forme. Non si può far sparire magicamente. La plastica va sempre a finire da qualche parte. E noi, prima o poi, la respiriamo o la mangiamo. Discorso analogo si può fare per il cemento e l’asfalto. Una volta che il suolo viene ricoperto dal cemento, è perso quasi per sempre.»

Tuttavia i collegamenti veloci, i servizi e le infrastrutture rientrano quasi sempre come voci primarie nei piani di sviluppo economico e turistico di un’area...

«Purtroppo è così. Prendiamo la Sardegna, ad esempio, che è tra le regioni d’Italia con il minor consumo di suolo su base annua. Il suo spirito finora è rimasto pressoché intatto. Qualcuno, in Sardegna, vorrebbe aumentare i servizi, vorrebbe sfruttare “meglio” le possibilità legate al turismo, magari prendendo spunto dal modello romagnolo, fatto di stabilimenti, locali e molte altre cose. Quando si trasforma qualche cosa, nulla è più come prima. Quasi sempre si fanno interventi basati sull’oggi, che magari possono anche darci qualche beneficio nei prossimi 10-20 anni, ma fra 50-70 anni, cosa ci ritroveremo fra le mani? Manca la lungimiranza. Se ci concentriamo esclusivamente sul reddito, sul PIL, sugli interessi economici a corta gittata, finiremo per privarci per sempre del nostro tesoro più prezioso, che è l’ambiente che ci circonda. L’uomo vuole sempre controllare tutto, ma si dimentica che quanto ha costruito si basa esclusivamente sullo sfruttamento delle risorse naturali presenti sul pianeta Terra. Se queste non dovessero più essere disponibili, tutto il nostro bel castello crollerebbe all’istante. Piaccia o no, la nostra sopravvivenza è legata all’utilizzo di queste risorse, ma se noi le bruciamo in nome di uno sviluppo immediato, quale futuro attenderà le generazioni future, i figli dei nostri figli? Ecco perché dico che plastica, petrolio e cemento rappresentano, in un certo qual modo, l’emblema di un progresso fondato su un falso mito del benessere.»

Qual è, dunque, il vero benessere?

«Quando nelle scuole incontro i ragazzi chiedo sempre loro: «Ma voi vi stendereste mai a leggere un libro o a rilassarvi su un marciapiede di una strada trafficata o nelle corsie di un supermercato affollato?». La risposta che ricevo ovviamente è sempre no. Tutti noi, del resto, non vediamo l’ora che arrivi il weekend per fare una passeggiata in montagna, al lago, al mare. Il vero benessere, quindi, non si può misurare con tutti gli oggetti che riusciamo a comprare e ad accumulare nel corso di una vita, bensì con il grado di felicità che raggiungiamo quando siamo in contatto con l’ambiente esterno. Però se lo compromettiamo, il rischio è di perdere il nutrimento per la nostra vera anima, per il nostro vero Io. La Terra esiste da circa 4,5 miliardi di anni. In questo tempo si sono alternate centinaia di milioni di specie viventi differenti. Il problema riguarda solo noi. È un problema di ruoli e di posizioni, prima di tutto. Poi di conoscenza. Come disse Orens Lyons, il capo indiano degli Onondaga, il Popolo delle Colline: «l’uomo talvolta crede d’essere stato creato per dominare, per dirigere. Ma si sbaglia. Egli è solamente parte del tutto. L’uomo non ha né potere, né privilegi. Ha solamente responsabilità».


Mercoledì 29 luglio, ore 17.30, Ice Rink di Baselga di Piné. Obbligatoria la prenotazione in biblioteca, telefono 0461/557951.





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