Il medico che ha perso 12 anni della sua memoria: a Piné il ritorno al futuro del dott. Amnesia


Luca Argentero (a sinistra) in Tv interpreta la storia del dott. Piccioni (a destra)

di JOHNNY GADLER

BASELGA DI PINE' – Pierdante Piccioni, stimato primario dell'ospedale di Lodi, nel 2013 subisce un incidente e dimentica 12 anni della sua vita: un buco nella memoria che lo ha portato ad essere un uomo e un medico completamente diversi, come ha raccontato in un incontro a Baselga di Piné. Noi l'abbiamo intervistato per conoscere da vicino la sua storia diventata anche una serie Tv con Luca Argentero su Rai1.


Dott. Piccioni, che le capitò il 31 maggio 2013?

«Un bel colpo di fortuna direi.»


Prego?

«Quel giorno stavo guidando sulla tangenziale di Pavia, ebbi un ictus e andai a sbattere con la macchina proprio nei pressi del Policlinico San Matteo. Così i soccorsi furono rapidissimi e il mio cervello rimase senza ossigeno solo per 14 minuti. Fossero stati di più, adesso io non starei di certo qui a parlare con lei. Se questa non la chiama fortuna...»

Una fortuna, tuttavia, che sta pagando a caro prezzo...

«Vero anche questo. Se il mio cervello fosse un computer potremmo dire che a un certo punto è andato in crash e al riavvio, con mia grande sorpresa, erano scomparsi un bel po’ di file: 12 anni della mia vita.»

Possibile?

«Lo so che è difficile da credere, ma purtroppo è così: i miei ricordi prima dell’incidente si fermano al 25 ottobre 2001 e riprendono dal 31 maggio 2013. Tutto ciò che è accaduto in quel lasso di tempo è stato irrimediabilmente cancellato.»


Come se ne accorse?

«Il giorno dell’incidente rimasi in coma soltanto per qualche ora. Al risveglio non capivo bene dove mi trovassi, ma il fatto di avere difficoltà a parlare e a muovere gli arti destri, da medico non mi lasciò alcun dubbio: avevo avuto un ictus! Ringraziai Dio per essere ancora vivo e fui molto confortato dal sentire che a prestarmi le prime cure fossero voci e volti familiari: medici che conoscevo benissimo e che avevo incontrato solo qualche tempo prima. Una cosa, però, mi lasciava esterrefatto...»

Quale?

«Che cosa gli fosse mai capitato per ridursi tanto male in così breve tempo. E mi dicevo: - “Ma porca miseria, dall’ultima volta che ci siamo visti è passata solo una settimana e come ha fatto questo a perdere tutti i capelli? E quell’altro che in tre mesi è ingrassato di 15 chili? E a tutti di punto in bianco sono comparse anche le rughe… Com'è possibile? Cosa sta succedendo?”- Poi uno di loro, come si fa di routine con chi subisce un trauma cranico, mi chiese a bruciapelo: - «Pier, che giorno è oggi?” - Già avevo declinato senza batter ciglio le mie generalità – Pierdante Piccioni, di professione medico! – e non ebbi esitazioni nemmeno sulla data: - “Oggi è giovedì 25 ottobre 2001” - risposi.»


E loro?

«Si bloccarono. Uno mi disse: - “No, Pier. Oggi non è il 25 ottobre 2001, bensì il 31 maggio 2013!”. - Una data che per me rappresentava un futuro lontano e che mi lasciò senza parole. - “Oh ragazzi – disse un altro medico, dopo aver battuto i suoi polpastrelli su una tavoletta nera che solo in seguito avrei scoperto chiamarsi Ipad – ma lo sapete che il 25 ottobre 2001 era davvero un giovedì?”--“Come “era” – aggiunsi io impietrito – giovedì 25 ottobre 2001 è oggi, su ragazzi non scherziamo”. - Mi fissarono tutti con aria molto preoccupata e a mia volta li guardai come se fossero degli extraterrestri, ma in realtà l’unico marziano là dentro ero proprio io. Tuttavia mi ci vollero un bel po’ di ore per capirlo.»


Perché?

«Perché avevo un ricordo così nitido della giornata del 25 ottobre 2001, ottavo compleanno di mio figlio Tommaso, che ero sicuro di non potermi sbagliare sulla data e pensavo che tutti mi stessero prendendo in giro, con il benestare di mia moglie la quale, però, inspiegabilmente mi appariva molto invecchiata. Per non parlare dei miei due figli, che nella mia memoria avevo lasciato a 8 e 11 anni, e invece mi ritrovai al capezzale due ultraventenni che non riconobbi affatto; anzi, cominciai a temere di non essere stato da solo in macchina, che i miei bambini fossero morti nell'incidente e nessuno ancora avesse avuto il coraggio di dirmelo. Passai una notte d’angoscia, poi il giorno dopo mi ritrovai proiettato nel futuro e nello stesso istante defraudato del mio passato.»

Come avvenne?

«Il 1° giugno 2013 mi portarono una copia del La Provincia pavese. In prima pagina c’era la notizia dell’incidente e una mia foto. Lessi l’articolo e pensai: - “Ma guarda questo, porta il mio stesso nome e cognome, come me fa il primario in un pronto soccorso, solo che lui è a Lodi e io a Crema. È molto più brutto e vecchio di me, ma negli occhi mi assomiglia anche un po’… E tutti e due abbiamo avuto un incidente lo stesso giorno”. - La cosa mi lasciò sorpreso, ma fu nulla in confronto allo smarrimento che provai qualche istante dopo, quando lo sguardo mi cadde sulla data riportata dal giornale: c'era scritto 1 giugno 2013! Io appartengo a quella generazione per cui una cosa è vera solo quando la scrive il giornale. Ciò per me era problema: significava che il giorno prima non poteva essere affatto il 25 ottobre 2001, ma proprio il 31 maggio 2013 come tutti si ostinavano a ripetermi.»

Che provò in quell’istante?

«Una sensazione molto sgradevole: quella di essere fuori luogo e fuori tempo. Un disagio che, col passare dei giorni, non si sarebbe attutito. Anzi.»


Il libro scritto dal dott. Piccioni durante la pandemia

Sì è chiesto perché la sua memoria si è fermata proprio al 25 ottobre 2001?

«È una domanda che mi sono fatto parecchie volte e che ho posto a tutti, compresi dei premi Nobel. Sa qual è stata la risposta ufficiale della medicina? Boh! Non sappiamo esattamente dov’è posizionato il magazzino della nostra memoria a lungo termine. Nessuno ha mai saputo darmi una risposta plausibile. In cuor mio spero che un giorno riuscirò a trovarla, ma temo che rimarrà per sempre un grande mistero.»

Quante sono le persone che perdono la memoria in Italia?

«Più di quante si possa immaginare. Perché se per certi versi il mio può considerarsi un caso più unico che raro – in letteratura di casi simili ce ne sono una ventina, ma nessuno riguarda un medico – è altrettanto vero che ogni anno in Italia sono circa 350 mila le persone che arrivano nei pronto soccorso con un trauma cranico e presentano poi un’amnesia che di solito è di breve durata. Sono tra i 300 e i 400, invece, i casi di chi subisce una perdita di memoria più prolungata, cioè superiore ai 7 giorni. Fra questi pazienti molti riportano danni seri e purtroppo permanenti, acuiti da quel cono d’ombra che li risucchia, talvolta portandoli fino alla depressione o addirittura a commettere atti di autolesionismo. Comprendo benissimo il loro isolamento, da medico e ancor più da paziente. D’altronde lei conosce qualche matto che andrebbe in giro a raccontare di non ricordarsi assolutamente nulla di alcuni momenti topici della sua vita e di ritrovarsi un bel buco nero in testa?»


Beh, lei professore la sua storia la racconta, ci ha scritto pure dei libri, è ospite di tanti incontri in giro per l’Italia...

«Io ho voluto raccontare la mia storia in primo luogo per vincerla. Scrivere è il miglior modo per rappresentare i propri fantasmi interiori e quando li vedi lì, nero su bianco, risulta più facile sconfiggerli. Poi ho capito, anche dalle tante lettere di ringraziamento ricevute, che questo modo di combattere le proprie ansie poteva risultare terapeutico anche per altri. Insomma, un modo per fare il medico due volte, una specie di doppia terapia. Ho dato voce a coloro i quali, vivendo il mio stesso dramma, non hanno mai trovato il coraggio di raccontarlo. Perché, ripeto, ben pochi sono disposti ad ammettere la perdita della propria memoria, vuoi per ragioni socio-culturali, economiche, ma anche per pura vergogna o per un profondo senso di colpa.»

Senso di colpa?

«Mettiamola così. Una donna violentata finisce spesso per credere che la colpa sia sua. Una persona con un handicap prima o poi arriva a chiedersi quanta parte di responsabilità abbia. Certo, in prima battuta si dà sempre la colpa agli altri: a Dio, al mondo, alle buche sulle strade… Poi però finisci per sviluppare dei sensi di colpa. E ti senti colpevole di amnesia… Vuole un esempio?»

Dica...

«Dopo l’incidente ricordavo solo le persone che avevano fatto parte della mia vita prima del 25 ottobre 2001. Tutte quelle conosciute dopo per me rappresentavano dei perfetti estranei, anche se dal loro approccio amichevole mi era evidente che qualche forma di frequentazione doveva pur esserci stata. Così ad ognuna di loro ripetevo sempre le stesse domande: - “Chi sei? Cosa fai? Che rapporti ho io con te?” La cosa assurda è che, soprattutto i primi tempi, molte di queste persone reagivano in maniera per me inconcepibile. Una volta mi presi pure un “vaffa” da un mio collega primario di cui non ricordavo nulla, ma a ferirmi maggiormente erano i casi in cui queste persone replicavano: - “Ma come, Pier, non ti ricordi di me?” - Poi cominciavano a piangere e se ne andavano via. E io mi chiedevo: -“Ma perché piangono, cosa ho mai fatto io di male a queste persone per arrivare a farle piangere?»

E adesso, a sette anni di distanza, come vanno le cose?

«Me ne sono fatto una ragione. Ho reagito con l’arma dell’autoironia a un pesante fardello che rischiava di schiacciarmi, tanto che per alcune settimane avevo persino coltivato propositi suicidi poi fortunatamente del tutto riposti; soprattutto ho recuperato il rapporto con mia moglie e ho imparato a conoscere i miei figli che erano diventate persone a me del tutto estranee rispetto ai bambini di cui il mio ultimo ricordo datava 25 ottobre 2001. Ciò nonostante ancora oggi mi capitano delle circostanze in cui mi sento un perfetto alieno. Solo qualche settimana fa, ad esempio, ho fatto una cena a casa mia con degli amici e a un certo punto la conversazione è scivolata sul periodo liceale dei miei figli, materia che rientra a pieno titolo nel grande buco nero della mia memoria. A un certo punto avvertivo gli sguardi di tutti i commensali rivolti verso di me e me ne sono uscito con la frase: - “Tranquilli, parlate pure come se io ricordassi”.»

Ma ancora oggi non ricorda nulla riguardo a quel periodo?

«Assolutamente no. Il mio buco nero l’ho riempito di ricordi indotti, come quelli che abbiamo a tre anni. Episodi che noi pensiamo di ricordare, ma che in realtà ci sono stati raccontati da altri. È un po’ come vedere un film che è la storia della tua vita, ma tu senti di non esserne il protagonista e lo guardi come se quella vita appartenesse a qualcun altro a te del tutto sconosciuto. Ecco, oggi so, bene o male, tutte le cose che ho fatto nel periodo compreso tra il 26 ottobre 2001 e il 31 maggio 2013. Ma lo so soltanto perché me le hanno raccontate. Io non ricordo di averle vissute e quindi sono come delle immagini in bianco e nero, mi mancano tutte le emozioni. Oggi ricordo che mia madre venne a mancare il 9 settembre 2010, ma lo so perché me l’hanno raccontato, non saprò mai i pensieri, il dolore e le emozioni che provai quel giorno. Così come non saprò mai tutte le emozioni vissute durante la malattia di mia moglie. Delle volte qualcuno mi dice: - “Sai Pier, a parte la memoria ti trovo proprio bene...” Ma come, penso io, “...a parte la memoria?” Ho perso i ricordi di 12 anni della mia e dovrei fare come se nulla fosse? Vogliamo provare a fare cambio?».


Oltre a una salutare autoironia, serve anche molta pazienza…

«Come dico spesso, ormai ho un vero e proprio master in pazientologia conseguito sul campo. Perché ho dovuto rimparare non solo cosa fosse un’email, un sms, un ipad, un telepass, un touch screen, un’app e via discorrendo, ma ho dovuto anche ristudiare medicina per poter continuare a svolgere la mia professione di medico, lottando contro il pregiudizio di chi mi aveva già mentalmente affibbiato la pensione di invalidità, nonché contro le aspettative di chi mi conosceva in un certo modo; come se non bastasse, ho dovuto pure riscoprire quale fosse il mio ruolo sia di marito che, soprattutto, di padre. A parte questi piccoli dettagli, Pier sta proprio bene ora, grazie!».

Che intende dire con aspettative e pregiudizio?

«Per aspettative intendo quella sensazione, che tuttora provo spesso, di non sapere bene che cosa le persone si aspettino di me. Loro si relazionano con me avendo in mente 12 anni di rapporti di cui io non conservo più alcun ricordo. Quel Pier lì non esiste più. È logico, quindi, che delle volte le mie risposte o le mie decisioni lascino attonite le persone perché magari si aspettavano altro da me. Le faccio un esempio su tutti. Quando ho ripreso il mio posto di primario del pronto soccorso, alcuni miei collaboratori mi dicevano: - “Il vero dottor Piccioni non avrebbe mai fatto o detto così”. Il vero dottor Piccioni, capito? Come se io fossi un impostore! Su questi episodi ho imparato a scherzarci, ma le posso assicurare che sono situazioni pesanti da sopportare, perché ti fanno sempre sentire un po’ inadeguato, fuori tempo e fuori luogo.»

Sui pregiudizi, invece?

«Quando rientrai nel mio ufficio all’ospedale di Lodi cominciai a rileggere tutte le mail che avevo ricevuto e spedito dal 2007 in poi. Alla fine ne trovai una, datata pochi giorni prima dell’incidente, che aveva per oggetto “I numeri e il pregiudizio”. Una mia dura requisitoria indirizzata al direttore generale nella quale spiegavo, senza peli sulla lingua, tutte le cose che secondo me non andavano, citando nomi, cognomi, situazioni, episodi. Capii che in fondo era vero ciò che alcuni avevano provato a spiegarmi: mi ero sovraccaricato dei problemi di tutti, specialmente nell'ultimo periodo. A stupirmi, però, era stato lo stile da me utilizzato. Così tranchant da farmi intuire che ormai fossi giunto al limite. E che forse davvero, come qualche amico mi aveva raccontato, stessi meditando di mollare tutto e andare a fare il medico in Africa. Magari seguendo la voce del mio subconscio che mi esortava a fare il medico amante della sua professione che ricordavo di essere e non il primario un po’ burocrate e rompiscatole che mi dicevano fossi diventato. Tutto quel pregiudizio che avevo individuato prima dell’incidente, ovviamente me lo ritrovai con gli interessi nel momento in cui decisi di rientrare al mio posto di lavoro. Fecero di tutto per farmi desistere dal mio proposito, servendomi su un piatto d'argento una via d'uscita che mi suonava come un vero insulto: pensione di invalidità. Non ci riuscirono, anche perché avevo creato un mio motto, anzi oggi si dice hashtag...»

Qual è il suo hashtag?

«#Io non sono il mio referto! Perché il referto dell’esame PET riportava, tradotto dal freddo linguaggio tecnico, che il mio cervello era pieno di cicatrici. Quando lo lessi, per un istante pensai che in fondo non avevano tutti i torti a propormi la pensione di invalidità. Ma non mi diedi per vinto. Iniziai a studiare, giorno e notte, medicina e informatica per recuperare tutto ciò che della mia professione era stato inghiottito dal mio buco nella memoria. E alla fine ci riuscii, mi dovettero reintegrare e tornai a fare il primario al pronto soccorso di Codogno.»

Recuperando quegli anni, non ha trovato che la medicina abbia fatto passi da gigante nel campo della conoscenza e della strumentazione, ma forse abbia un po' preso di vista il rapporto con il paziente?

«Concordo pienamente. Negli anni noi siamo diventati più tecnici e meno medici. Invece l’anamnesi, cioè ascoltare il paziente, deve rimanere il fulcro della nostra missione medica. E ascoltare significa stare zitti, lasciare parlare la persona che ti trovi davanti. Devo confessare che il primo dottor Piccioni, quello che ricordo io fino al 2001, era un po’ così. Mi sentivo un medico di provincia, della gente. Mi raccontano però che il dottor Piccioni del buco nero, quello che era primario, consulente del Ministero della Salute, fosse diventato più un tecnico, meno incline all'ascolto. Di più, si dice che una delle mie frasi preferite fosse:-“Non bisogna mai fidarsi di quello che dicono i pazienti!” Poi dal momento dell’incidente si è scatenato in me il peggior conflitto d’interessi che possa esistere per un medico: quello di essere innanzi tutto un paziente. Da lì ho sviluppato una grande empatia, una dote che ora tutti i miei pazienti mi riconoscono perché mi considerano uno di loro.»

L’empatia è senz’altro una grande virtù per un medico, ma non teme che possa essere anche un’arma a doppio taglio?

«Vero, immedesimarsi troppo nelle storie e nelle problematiche dei propri pazienti ti porta sempre un carico emotivo che se non lo sai gestire e incanalare nel verso giusto rischia di schiacciarti senza pietà. Tuttavia è un rischio che sento il dovere di correre. Come avremmo mai potuto, senza empatia, fronteggiare una malattia terribile come il Covid-19? Quando i farmaci sono sperimentali e per comunicare coi pazienti ti rimangono solo gli occhi, senza empatia si andrebbe incontro a una sconfitta sicura.»

Come ha vissuto questo periodo della pandemia da medico?

«L’ho vissuto in prima linea, lavorando all'ospedale di Lodi dove mi era stata affidata una sorta di cabina di regia proprio per fronteggiare l'emergenza. Lì, oltre ad essere un esperto in medicina d'urgenza e pneumologia, sono stato innanzi tutto un paziente, che ha curato altri pazienti – “i miei fratelli” come amo definirli – in contesto complicato, dove ci rimaneva ben poco se non davvero l’empatia e il parlare attraverso gli occhi. Abbiamo cercato delle cure e in parte ci siamo riusciti. Accanto a questo, mi rimane la soddisfazione e l’orgoglio di appartenere al sistema sanitario nazionale forse migliore al mondo. Siamo stati e siamo tuttora un esempio e non è poco. La sanità italiana avrà anche le sue pecche, non lo nego, ma come tutte le cose è perfettibile e resta il migliore che esista al mondo. Guardatevi attorno e vi renderete conto se le cose non stanno proprio così.»

Di che cosa si occupa ora?

«Di me stesso.»

Intendevo dire come lavoro...

«Sì, avevo inteso la domanda, ma rispondo sempre così in chiave auto-ironica quando devo dire la mia attuale professione, perché la definizione è talmente lunga che mi racchiude tutto: integrazione ospedale territorio e appropriatezza della cronicità.»

Che tradotto in pratica...

«In pratica, assieme a un infermiere e a un assistente sociale, ci occupiamo di andare nei vari reparti ospedalieri e intercettare quelle situazioni che presentano dei grandi risvolti sociali. Ci prendiamo cura delle persone sole, degli ultimi, di tutti coloro i quali, per svariate ragioni, una volta usciti dall’ospedale si ritroverebbero abbandonati del tutto a se stessi. Insomma, dall’ingresso dell’ospedale, dove per anni ho lavorato al Pronto soccorso, mi sono spostato all’uscita, quella che solitamente viene un po’ ignorata dal sistema.»

A distanza di sette anni che medico e soprattutto che uomo è oggi Pierdante Piccioni?

«Dicono che sia diventato una persona migliore sia come uomo che come medico. Talvolta ci scherzano pure su, dicendo:- “L’avessimo saputo prima che diventavi così, te l’avremmo data noi la botta in testa.” Di me dicono che sia molto più riflessivo, più empatico. Io provo piacere nell’occuparmi degli altri. Prima non ero proprio così. Fare il paziente mi ha completamente cambiato la vita come uomo e come medico. Ma il giudizio finale preferisco lasciarlo agli altri. Io mi accorgo di essere certamente molto diverso. Sono un disabile. C'è scritto nel referto. E nella mia testa, tutte le volte che mi sento sconfitto e mi rendo conto che, comunque finirà, io morirò dodici anni prima. Per questo voglio curare gli altri, cercando di guarirli. Per curare me stesso, sognando di guarire.»



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