Davide Garzetti: il parkour, ovvero l'arte dello spostamento



Davide Garzetti, 24enne di Raffa di Puegnago, sul Garda, è uno straordinario acrobata che pratica il parkour, molto più di uno sport, conosciuto per la spettacolarità delle performance di chi lo pratica...

di GIUSEPPE FACCHINI

Davide, come ti sei avvicinato a questo sport molto particolare?

«Mi sono avvicinato ormai più di dieci anni fa al parkour. Questa disciplina è nata in Francia negli anni '80, ma di fatto in Italia non era ancora ben conosciuta perché poco praticata. Quindi non avendo le idee ben chiare e non avendo luoghi né corsi specifici, ho cominciato a fare acrobatica generale. Ho sempre avuto la passione per le capriole e per i tuffi fin da piccolo e in una palestra vicino a casa ho imparato le basi. Col tempo questo sport per me è diventato una vera passione e ho deciso di provare a farla diventare la mia professione. L’obiettivo è proprio quello di poter lavorare con le mie capacità.»


Prima hai praticato altro?

«Ho provato vari sport: calcio, basket, nuoto, breakdance, roller. Nessuno che mi facesse scattare la molla per dire va bene questo. Avrei voluto fare tuffi, ma nella mia zona non ci sono strutture. Mi è sempre piaciuto fare capriole nella piscina dei nonni. Poi ho visto dei video e mi sono detto provo a farli anche sull’erba e visto che sono riuscito a fare le stesse capriole che facevo in piscina anche sull'erba, ho deciso che questo sarebbe diventato il mio sport.»


Come descriveresti il parkour?

«Il parkour spesso e volentieri viene descritto solo come uno sport estremo, ma in realtà c’è tantissimo lavoro dietro a ciò che si vede poi sui media. Il parkour & freerunning per me sono libertà di movimento, libertà di espressione e soprattutto un grande insegnamento di vita perché si impara a riconoscere i propri limiti e a superarli con l'impegno e la dedizione, sia fisica che mentale.»


Ci sono gare?

«A livello nazionale non ci sono grandi gare, perché è uno sport molto personale e non competitivo. L’obiettivo è migliorare i propri limiti e sfidare se stessi per arrivare alla versione migliore di sé. La competizione nel parkour viene vista come una sfida non contro gli altri, ma insieme agli altri: ci si aiuta a vicenda e il miglioramento deriva da una competizione di gruppo sana e altruistica. È diventato sport olimpico e avrebbero dovuto fare i test proprio quest’anno alle Olimpiadi. Nella comunity però questo non è ben visto da tutti, perché essendo nato come sport non competitivo, queste gare che mettono gli atleti a confronto uno contro l'altro con l'obbiettivo di vincere vanno a cancellare i princìpi della disciplina stessa.»

E che tipo di gare sono?

«Le gare generalmente si suddividono in due tipologie, la speed, una gara di velocità su un percorso, con l'obbiettivo di arrivare dal punto A al punto B nel minor tempo possibile, e la freestyle che concede piena libertà all'atleta che può mettere in mostra le sue capacità al massimo, e i criteri sui quali viene valutato sono: creatività, difficoltà, fluidità ed esecuzione.»

Sembra tutto pericoloso, è così?

«A un occhio esterno può sembrare tutto difficile e molto pericoloso, ma dietro il salto c’è tanto lavoro sia fisico che mentale, ogni movimento viene prima provato e imparato in posti sicuri come palestre e con persone che ti assistono. Ci sono anni di prove e allenamento dietro ad ogni salto, perché solo col tempo impari a rendere l’esercizio perfetto e acquisisci una consapevolezza sia fisica che mentale tale da poterlo fare in qualsiasi situazione.»

Che messaggio vuoi dare?

«Voglio far passare il messaggio che il parkour non è chi salta da un tetto all’altro, è sbagliato dire così. Non si improvvisa niente, perché dietro a quel salto ci sono anni e anni di allenamento e di preparazione.

Come in tutti gli sport può capitare di farsi male, ma la cosa principale è quella di essere in grado di conoscere i pericoli, essere consapevoli che se sai di non poter fare una cosa non la fai e di conseguenza non rischi di farti del male. Qualcosa può andare storto e tu devi essere sempre pronto e pensare a come salvarti molto prima di fare il salto. I muri non ti vengono addosso; se scegli di affrontarlo, lo fai perché sei consapevole di poterlo fare. Per assurdo ci possono essere più rischi a giocare a calcio, dove non puoi prevedere il comportamento degli avversari e sono gli altri che involontariamente possono causarti infortuni.»


Consigli per un giovane che si vuole avvicinare alla specialità?

«L’importante è non dire l’ho visto fare e quindi lo faccio anch’io senza avere basi di nessun genere. Quindi per iniziare occorre frequentare corsi specifici e palestre. Iniziare sempre dalle basi e nei posti più sicuri possibili; non aver fretta di voler fare tutto subito. Meno rischi meglio è. A volte gli infortuni più stupidi derivano proprio quando si è troppo sicuri delle proprie capacita e quindi si sottovalutano i rischi. Ci vuole sempre attenzione, sia da principianti che da esperti.»


Cosa insegna questo sport?

«Oltre al discorso fisico e tecnico insegna a conoscere il proprio corpo, a imparare a muoversi in tutte le situazioni, conoscere i propri limiti e trovare il modo per superarli, sia a livello fisico che mentale. Uno dei più grandi insegnamenti è quello di imparare ad affrontare la paura che c’è dietro ad ogni salto, superare le insicurezze per riuscire a compiere quel salto che prima ti spaventava o che non eri sicuro di poter fare. La vita è piena di difficoltà, ma se trovi il modo corretto di affrontarle sei più propenso a superarle. Con il tempo e con l'allenamento puoi superare ogni tipo di ostacolo sia nello sport che nella vita.»


Come si concretizza il parkour nel tuo lavoro?

«Il mio obbiettivo in ambito lavorativo è quello di sfruttare le mie capacità nel mondo dello spettacolo, della televisione del cinema. Quindi anche come istruttore, stunt-man, stunt-coordinator, cameraman in riprese d'azione e tanto altro. Ho un paio di progetti lavorativi in ballo in Trentino per il futuro, ma purtroppo ancora non si può dire nulla.»


Quali altre passioni hai?

«Mi piace esplorare posti nuovi, viaggiare, il parkour mi porta ad andare in alto per vedere al meglio il luogo dove mi trovo e questo mi permette di vedere ogni cosa in modo diverso. Un semplice muro per me non è solo un muro, ma qualcosa da scavalcare, da superare, qualcosa con cui posso giocare e creare qualunque cosa mi venga in mente.»



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