Carla Vitantonio: «La mia Corea: tra censura e Vasco»


CARLA VITANTONIO, la cooperante giramondo vissuta quattro anni in Corea del Nord, ci racconta la vita quotidiana in uno dei Paesi più "misteriosi" del mondo...


di NICOLA PISETTA


Se si parla di Corea del Nord, specie in Occidente, si pensa a una nazione austera e spaventosa.

Un baluardo socialista e totalitario che non subisce gli effetti del mondo che cambia. Una dinastia che ha mantenuto intatta l'economia pianificata e statalista, che anche dopo il crollo del muro di Berlino e la disgregazione della sfera d’influenza sovietica, ha proseguito la sua attività.

Nessun cittadino cresciuto nei sistemi liberali oserebbe viverci, ma Carla Vitantonio è rimasta là quattro anni, prima come insegnante e poi come cooperante...


Carla, perché la Corea?

«Dopo un master post laurea in "Diplomazia e politiche internazionali", e dopo uno stage in Corea del Sud, volevo intraprendere la carriera da cooperante professionista e a trent’anni, senza esperienza alle spalle, ero già avanti con l’età per iniziare questo percorso. La Corea del Nord è a livelli altissimi in questo campo ed è l’obiettivo più difficile, ma anche quello più interessante da raggiungere. Mi chiedevo se davvero fosse quel paese stereotipato di cui sentiamo parlare e che ho studiato nei libri. In realtà non è tutto così. L'ho scoperto vivendo là come insegnante».

Carla Vitantonio

Di che cosa?

«Di italiano all'università di Pyongyang. Parlo coreano, ma al lavoro non mi era permesso: usavo l’inglese o il francese. Ero sempre accompagnata da una “guardia del corpo”, il minder, che controlla ogni straniero negli spostamenti. Allontanarsi da lui, specie in un ambiente come la scuola dove bisogna allinearsi, comporta un semplice rimprovero. Ma chi si ostina a non seguire i suoi consigli, rischia conseguenze anche tragiche».


Timori?

«Sì, il controllo te lo fanno sentire di proposito: devi prendere le misure, sai cosa fare e non fare. Però ero anche sorpresa dagli aspetti della vita quotidiana: tra censure e privazioni, erano del tutto diversi rispetto a quelli che avevo vissuto prima».


Com'è Pyongyang, la capitale?

«Una città florida. Tra il fiume e i tanti monumenti alla Patria è bellissima, molto verde e resta ancora visibile il retaggio ultrasecolare confuciano. Vivevo in un compound, aree di blocchi costruiti per i diplomatici stranieri risalenti a prima del 1989, nel tipico stile est europeo dell’epoca. Non manca la movida: il karaoke è tra le attrazioni più in voga e si cantano anche canzoni internazionali. Poi ci sono piscine, bowling, si fanno pic-nic e lungo le strade si può assistere a balli di gruppo».


Che differenza c’è tra un visto di lavoro e uno turistico?

«Un turista deve affidarsi alle agenzie, che limitano i movimenti e programmano le visite. Da lavoratrice avevo più libertà, come guidare l'auto nell'area metropolitana di Pyongyang, ma per un week-end in campagna serviva l’autorizzazione».

Come sono le zone rurali?

«Variegate: si passa dal mare alle montagne che assomigliano molto al mio Appennino molisano. Fuori città c'è tanta povertà, ma anche tanta bellezza. Oltre che in città, lavoravo in 6 delle 9 province. Le altre 3 sono off-limits: vi sono campi di lavoro e i laboratori nucleari».


La TV è censurata?

«Sì. Non vi è l’ultim’ora, a volte passano settimane prima di scoprire un evento estero. L’Europa non è in primo piano: si parla di Cina, Indonesia, India, Africa. Se le notizie provengono da USA ed Europa, sono spesso strumentalizzate: stessa cosa accade in Occidente quando si parla di Corea del Nord».

E le parate militari?

«Da diplomatica venivo invitata dal ministero degli Esteri anche alle parate militari. Lavoravo in un’ONG che tra le varie cose assisteva le vittime delle mine: era un controsenso partecipare a questi eventi, ma si doveva andare e fare presenza».

La festa più importante?

«Il giorno del sole, il 15 aprile, è spettacolare: lo si celebra con bellissimi fiori e tanta musica. Il compleanno del Presidente Eterno è accompagnato anche dall’Arirang, un festival celebrato nello stadio ideato dal figlio Kim Jong-Il. Dura circa due mesi e vi prendono parte ginnasti e studenti. È un mezzo per diffondere l’epica nazionale. Entrare nel corpo di ballo dell’Arirang è la massima aspirazione tra chi pratica danza».

I tuoi studenti che sognavano?

«Molti la carriera diplomatica, altri i commerci con l’Italia».


Come ci vedono?

«Studiano, a modo loro, l’Impero romano e conoscono molto bene il periodo 1943-45, che paragonano alla loro Resistenza, combattuta negli stessi anni contro il Giappone. Non mancano, poi, gli stereotipi su pizza, spaghetti, mandolino… ma c’è anche chi ascolta Vasco Rossi».


Carla Vitantonio, originaria di Campobasso, durante il soggiorno in Corea del Nord, ha incontrato varie volte l’attuale Capo di Stato, Kim-Jong Un. Ne parla tra le pagine del libro Pyongyang Blues, un saggio che raccoglie tante pillole di vita quotidiana sulla nazione, almeno per noi, più curiosa e misteriosa del mondo. Carla ha vissuto pure in Myanmar, scrivendo Myanmar Swing e ora vive a Cuba: «Anche su questo Paese – ci dice – sto scrivendo un libro».


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