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Calcio. Sono quei campi di periferia che ci portano a Wembley






Partire dal principio che il calcio sia lo sport più bello del mondo, poco rappresenta le premesse attorno a cui ruota la sua vera essenza.


IL CALCIO È UNO SPORT come lo sono altri e non pecca di superbia o senso di superiorità. È soprattutto una filosofia, un’inclinazione caratteriale alla bellezza, all’arte e anche al sacrificio, alla fatica e alla capacità di assimilare vittorie, ma soprattutto sconfitte.

IL CALCIO È UN LINGUAGGIO universale, una sorta di codice binario attraverso il quale appare straordinariamente normale che Maradona abbia giocato su un campo infangato di periferia prima di aver vinto la Coppa del Mondo. Il calcio è trasversale, accessibile e genera uguaglianza. È un messaggio comunicativo che trascende lo spazio e il tempo, un’altra dimensione troppe volte ridotta a mera industria di guadagno, a somme di denaro inaccessibili a qualsiasi pensiero razionale. Cosa sia però quella formula che nonostante l’attuale e grigio strale di opulenza ci spinga ad amarlo così sfrontatamente, non è ancora del tutto chiaro. Cosa ci spinga davvero a piangere di gioia per un campione dai guadagni esorbitanti la sera prima di coricarci per affrontare la giornata successiva e non sapere se arriveremo a fine mese è una chimera affascinante è un’unione di umanità e sentimento che va oltre gli schemi del nostro pragmatico e a tratti cinico quotidiano.

È UNA RIVOLUZIONE culturale attraverso cui Marco Van Basten è dentro di noi prima di tutto come artista, come una musica dolce, come un “lago dei cigni”.

Anche lui è partito da lì, da quei campi assolati dentro l’anonima routine della provincia. E sono quei campi dietro casa che portano a Wembley, sono quei terreni ghiacciati e ruvidi che aprono i cancelli dei teatri dei sogni. Spiegare cosa sia il fastidio di un ginocchio sbucciato dopo un tackle in scivolata su un terreno bagnato è quello che oggi sta svanendo fra la cronaca gonfiata di tecnicismi e tattiche, fra polemiche da Var e altisonanti dichiarazioni pre e post partita. La fantasia che ci è stata sottratta, il dribbling secco e il tocco sotto, appianati e divorati dalla schematica linearità del passaggio, dalla costruzione dal basso e dalla marcatura a zona.

Lasciamo però la fantasia ai ragazzi sui campi di periferia, lasciamoli sbagliare il traversone in mezzo, lasciamo che sognino il cucchiaio su rigore al 90° o il colpo di tacco al volo in girata a smarcare un compagno, facciamoli respirare l’odore dello spogliatoio, il borsone strapieno e la voglia di arrabbiarsi per la sostituzione.

CURIAMO L'ANIMA DEI CAMPI di periferia, quelli a fianco dello stradone trafficato, curiamo quell’inspiegabile appagante sensazione della partitella a fine allenamento quando si distribuiscono le casacche ancora un po’ sudate.


WEMBLEY È dentro di noi e rappresenta la passione, non è il successo fine a se stesso, non è il vincitore che alza la coppa, ma è quel “Sognando Beckham”, parafrasando un film dei miei anni da adolescente, è la poesia di un momento, di uno spiraglio di porta dove può entrare quella palla, è la fantasia, il numero dieci, ma anche e soprattutto il portiere di riserva.

Ho un bimbo di undici mesi, lo guardo giocare e chissà se avrà il mio stesso amore viscerale per il pallone, se avrà cortili polverosi e ginocchia sbucciate e poco importa se avrà un Wembley nel cuore o un centrale di Wimbledon. Sarà importante partire da lì, da un cortile asfaltato, o dalla ghiaia nei calzini, da una porta sgangherata, da amici da chiamare e palloni rimasti incastrati sotto la marmitta, perché è questo il mondo da ritrovare ed il calcio da coltivare. Sono sempre e solo quei campi polverosi di periferia che ci portano a Wembley.

Manuel Franceschi

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